L’Europa e le frontiere delle merci: conseguenze su ambiente e società

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L'Europa
Mappa d’importazione delle risorse alimentari

A volte nelle azioni a noi più comuni sono nascoste delle sorprese o dei misteri di cui noi ignoriamo l’esistenza non per mancanza di interesse o volontarietà: per cultura, l’Europa attinge a risorse quotidianamente e chi ne fa uso ignora le origini di quei prodotti. Sfido a dimostrare chiunque, mentre magia una barretta di cioccolato, ad interrogarsi sulla provenienza del cacao, su chi lo ha raccolto e su chi lo commercializza. Stesso discorso vale per il cotone, olio di palma, carburante, abbigliamento e tanti altri prodotti: merce che abbiamo tra le mani quotidianamente ma che ovviamente, per la maggior parte dei casi non è prodotta in Europa, vuoi per ragioni di mercato, vuoi per ragioni geografiche.

L’Europa non percepisce spesso le conseguenze dei propri consumi, La dirigenza dell’Unione Europea ha cominciato a preoccuparsi di questo stato di cose ed è ormai chiaro come il consumo di risorse in Europa sia  all’origine di danni ambientali a livello globale. I documenti sottolineano e sollecitano l’UE a prendere atto dell’impatto ecologico globale, senza considerare gli interventi che in qualche modo hanno mutato l’ambiente per favorire i bisogni (alimentari in primis) dei suoi cittadini.

Bisogna sensibilizzare i cittadini e la classe politica affinché vengano prese le giuste misure per evitare ripercussioni irreparabili sull’ambiente. Un esempio palese e calzante è senza alcun dubbio l’impatto dell’olio di palma e della soia sulla deforestazione, la perdita di biodiversità ed emissioni di gas serra. La questione ecologica non è la sola, l’Europa è ignara anche delle disuguaglianze sociali che vi sono nei paesi orticelli che nel nome del libero mercato sfruttano agricoltori ed operai al fine di mantenere intatte le politiche aziendali che nel loro dizionario hanno una sola parola: profitto.

Il caso dell’olio di palma, coinvolge anche l’America settentrionale e  la Cina, i sociologi hanno definito questo fenomeno come espansione delle “frontiere delle merci”. Non sono né stabili né neutrali: al contrario, si spostano sulla spinta di nuovi capitali continuamente alla  ricerca di risorse e mercati ancora “vergini”.

 

L'Europa

Le frontiere trasformano gli insediamenti dove vengono a trovarsi, mutano gli ecosistemi locali e in qualche modo contaminano le popolazioni autoctone che ci vivono. Nel XV una delle frontiere delle merci più grandi d’Europa era quella dello zucchero, esistevano insediamenti nel Mediterraneo. Nel corso del tempo si spostarono verso l’Africa, fino ad arrivare ai Caraibi. Ai coloni non importava qual era l’ecosistema degli insediamenti contava solo espandersi. Furono moltissime le popolazione che scapparono o che vennero cacciate perché non si piegarono alle folli logiche nell’invasore.

Le frontiere delle merci erano zeppe di schiavi che spesso non potevano permettersi di comprare le merci da loro stessi prodotti, non avevano risorse sufficienti e il PIL (se così si può chiamare) di quei luoghi era totalmente futile, viste che le condizioni di lavoro erano pietose e che la loro terra da Stato passò a colonia.

La storia vive di riflussi ma spesso vengono ignorati, dovremmo invece capire, oggi più che mai, quali sono gli errori da non ripetere, perché ignorarli ci porterebbe automaticamente a riviverli. Il mercato purtroppo rimane una giungla artificiale dove domina incontrastato colui che fa più profitto ed ha più risorse. Tuttavia ci sono delle consapevolezze diverse e l’Europa così come le altre grandi potenze dovrebbero sensibilizzarsi sulla tutela ambientale e sociale delle frontiere delle merci. Un futuro migliore è possibile ma gli slogan sono fini a sé stessi se poi non vengono messi in atto. La parola d’ordine ora è agire!

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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