I Grandi Classici – “Fiori per Algernon”: l’intelligenza, come il danaro, non dà la felicità

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Quanti romanzi avete letto, nei quali l’autore sia riuscito a passare da un registro linguistico, ed una rappresentazione mentale, di bassissimo profilo, ad uno di precisione e rigorosità estreme, denotante estrema competenza e capacità intellettive superiori, e nel quale ciò sia avvenuto progressivamente, cogliendo le varie sfumature di transizione, poiché il tutto pertiene allo stesso personaggio, ovvero il protagonista? Se non avete letto Fiori per Algernon, di Daniel Keyes, probabilmente nessuno. E altrettanto probabilmente non lo avete letto, anche se si tratta di uno dei grandi romanzi del XX secolo, per unanime acclamazione, e oltretutto un’opera che ha avuto numerosissime trasposizioni, cinematografiche ma soprattutto televisive, nonostante sia stato a tutt’oggi pubblicato in oltre trenta Paesi e sia continuamente ristampato, tanto da poter essere tranquillamente definito un successo mondiale.

Il limite, da noi, è con tutta probabilità quello di essere incastonato nel genere della “narrativa di anticipazione”, nuova denominazione politically correct della fantascienza, ossia Klingon e omini verdi assortiti nella limitata visione dello pseudointellettuale italico. Non si può negare, peraltro, che un legame con la SF, per Fiori per Algernon, vi sia, in quanto il romanzo ha pur vinto il Premio Nebula, preceduto dal Premio Hugo per il racconto breve che, in pratica, costituiva l’esordio narrativo per Keyes. Il quale, nato a Brooklyn nel 1927, si era laureato in psicologia e aveva alle spalle una già considerevole carriera di insegnamento a ragazzi con difficoltà di apprendimento quando scrive la prima versione della storia di Charlie Gordon.

Il quale anticipa di parecchi lustri Forrest Gump (il racconto è del 1959, il romanzo di un anno successivo), che a dire il vero è solo appena sotto il limite della cosiddetta normalità; Charlie, invece (nome e cognome di una diffusione enorme nel mondo anglosassone, non a caso), ha un Q.I. inferiore a 70, il che determina un ritardo grave nell’apprendimento, nella capacità di esprimersi, nella vita. Nondimeno, Charlie riesce ad avere un’esistenza, ed anche ad essere grossomodo felice, sebbene senta che gli manchi qualcosa e desideri essere “intelligente”: ha un lavoro in una panetteria, ed è convinto di avere degli amici che gli vogliono bene. Ma la consapevolezza di essere meno sveglio degli altri è dolorosa: quindi, quando gli viene proposta un’operazione sperimentale che potrebbe aumentargli il quoziente d’intelligenza, Charlie accetta.

La “fantascienza”, in Fiori per Algernon, è tutta qui, in questa operazione chirurgica, e visto che una cosa simile è tutt’altro che possibile, l’anticipazione è alquanto relativa: anzi, molti romanzi che non si ascrivono al genere vi sono espedienti narrativi simili, ma nessuno si sognerebbe di definire The Truman Show, ad esempio, alla SF. L’essenza della narrazione, infatti, non va cercata assolutamente nell’anticipazione della realtà, ma nella descrizione di una condizione umana, del tutto peculiare. Fiori per Algernon è un romanzo straordinariamente penetrante sulla sofferenza, sull’inadeguatezza, sul pregiudizio, sul bullismo (gli “amici” usano dire, anche in sua presenza, Non fare il Charlie Gordon, come invito a non fare lo scemo), sulla prevaricazione; sorprendentemente, nel procedere delle pagine, anche sulle atrocità dei conflitti familiari, sugli affetti delusi, sulla permanenza dei danni emotivi dei quali la crudeltà in ambito familiare è causa.

Soprattutto, e da qui la necessità dell’ampissima variazione dei registri linguistici, Fiori per Algernon è un apologo ed un ammonimento sui pericoli dell’intelligenza: l’influenza di questa sulla profondità dei sentimenti è solo uno degli aspetti che Keyes mette in luce, in pagine dense di riflessione ed introspezione. Senza che questo pregiudichi il piacere della scoperta, sveliamo che Charlie Gordon arriva ad un Q.I. di quasi 200, ma questo non aiuta le relazioni umane: Charlie, in effetti, era “amato” quando era deficiente (Charlie stesso si riferisce a sé in questo modo), quanto la gente poteva ridere di lui senza timore reverenziale di sorta. Quando lo capiva.

«È faccile avere ammici se si lassia che la giente ride di noi. Dove che vado avrò tanti ammici».

La vastità di tematiche di Fiori per Algernon ha indubbiamente favorito il suo ingresso in un immaginario collettivo vastissimo: lo ritroviamo nei Simpson, in Dylan Dog, nella saga del Professore Matto, nei lavori DC Comics e Marvel, in Person of Interest; il racconto/film Il tagliaerbe (di Stephen King) è praticamente una versione horror del racconto di Keyes. Ma nemmeno Charlie Gordon può dirsi il capostipite di quella corrente di pensiero che trova un ultimo epigono in Martin Page e il suo Come sono diventato stupido: una volta raggiunto sapere e consapevolezza, quand’anche si fosse ottemperato al Conosci te stesso, l’aspirazione finale per la nostra personale ricerca della felicità è il trasformarsi in una castagna (nostra scelta autunnale come esempio di felicità atarassica).

Un fotogramma del film tratto dal romanzo

E Algernon?  Il personaggio che dà il titolo all’opera è un topolino. Bianco. Da laboratorio. Che da topo comune diventa il topo più intelligente della Terra, avendo subito per primo la stessa operazione che porta il tonto Charlie Gordon ad essere un genio. Ed è anche il macguffin che ci fa intravedere il finale del libro, nonché la dimostrazione della tesi che l’intelligenza non è garanzia di felicità. Tutt’altro.

Eppure, in conclusione, anche la felicità potrebbe non essere la condizione ideale o preferibile dell’esistenza: in controtendenza allo status quo socioculturale mondiale, e soprattutto italico, Charlie rimane attaccato al desiderio di intelligenza. «È belo sappere le cose e esere inteligienti e io vorei sappere tuto di tuto il mondo. Se fose poibile mi meterei a sedere legierei continuamente».

E francamente, se fose posibile, farei la stesa cosa: magari viccino a Charlie Gordon, al mio amicco Charlie, magari doppo avere meso cualke fiore su la tomba di Algernon nel kortile.

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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