Michelangelo Antonioni, il regista dell’incomunicabilità

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Michelangelo Antonioni, il regista dell’incomunicabilità

antonioni_afp_110743a-1Dopo oltre 100 anni dalla sua nascita, Michelangelo Antonioni (Ferrara, 29 settembre 1912 – Roma, 30 luglio 2007), poeta dei turbamenti dell’animo umano, resta uno dei più rivoluzionari registi italiani.

Approda nel mondo cinematografico nel 1950 con il suo primo lungometraggio Cronaca di un amore. A cavallo tra due epoche, Antonioni calza alla perfezione i panni di testimone del cambiamento del linguaggio cinematografico. Supera il neorealismo per perdersi nei meandri della psicologia umana: l’inafferrabilità del reale, il disorientamento dell’uomo di fronte ad una società gelida, senza scrupoli, l’impossibilità di stringere relazioni indissolubili sono le tematiche affrontate dal regista. L’aria di distacco si può già respirare in Cronaca di un amore, dove i protagonisti provengono dall’alta borghesia lombarda e sono ben lontani dai soggetti populisti del neorealismo. Il film narra la storia di un adulterio, il fulcro è la crisi della coppia con il disgregarsi dei sentimenti e la dissoluzione delle speranze che ne consegue. Un’attenzione maniacale ai dettagli e una concentrazione sul concetto di individuo sono il mezzo con il quale Antonioni vuole comunicare l’aridità del mondo borghese.

Negli anni successivi Antonioni dirige tre lungometraggi I vinti (1953), La signora senza camelie (1953) e Le amiche (1955), quest’ultimo tratto da un romanzo di Cesare Pavese: questi film però non riscuoteranno una grande approvazione da parte del pubblico. L’apice della prima fase creativa arriva con Il Grido (1957) dove la centralità dell’individuo diventa penetrante e l’attenzione si sposta dal mondo borghese a quello proletario. Protagonista della storia è un operaio che trova soltanto nel suicidio una via d’uscita al suo malessere esistenziale, causato dalla fine di una storia d’amore. Con l’aiuto della fotografia di Gianni Di Venanzo, Antonioni staglia la figura dell’individuo sul freddo e nebbioso sfondo industriale, cogliendo il tema visivo del rapporto tra uomo e società che riproporrà anche nei film successivi.

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Antonioni con Monica Vitti al Festival di Cannes nel 1960

Negli anni ’60 il regista approfondisce il tema dell’incomunicabilità con la trilogia esistenziale dei sentimenti: L’avventura (1960), La notte (1961) e L’eclisse (1962). Così da voce ai personaggi piuttosto che agli eventi, protagoniste sono le donne, poste al centro di storie segnate da perdite e smarrimento. Ciò che interessa a Michelangelo Antonioni sono gli effetti prodotti dagli avvenimenti piuttosto che gli avvenimenti stessi, da qui emerge una caratteristica stilistica cara al regista: il piano sequenza dei personaggi volto a simulare il pedinamento degli individui alla spasmodica ricerca dei loro gesti e delle loro reazioni. Nella trilogia la visione di Antonioni diviene più cupa e le reazioni umane meno comprensibili, come se fossero soltanto il frutto di un freddo agire. L’avventura viene presentata a Cannes suscitando reazioni contrastanti, ma ottiene il plauso della critica mondiale, tra cui quella francese che conia il termine “neorealismo interiore” per descrivere il suo linguaggio cinematografico.

Acclamato dalla critica internazionale Michelangelo Antonioni si dedica al cinema inglese girando tre lungometraggi per il produttore Carlo Ponti. Si tratta di Blow-up (1966), Zabriskie Point (1970) e Professione: Reporter con interpreti stranieri del calibro di Jack Nicholson. In Blow-up, unico vero successo pubblico del regista, il suo pessimismo si trasforma in un netto rifiuto della società. Dalla scoperta di un omicidio, attraverso l’ingrandimento di una fotografia, il regista immerge il telespettatore in una realtà imperscrutabile che suggerisce una frustrante ambiguità. Un’ ulteriore critica alla società viene espressa dalla contestazione giovanile narrata in Zabriskie Point, celebre per la sequenza finale che riprende a velocità differenti l’esplosione di una villa di F.L. Wright, un gioiellino architettonico già sfruttato da Hitchcock in North by Northwest. Infine con Professione: Reporter, Michelangelo Antonioni vuole esprimere un’amara riflessione su tema del doppio, emblematica dell’arte figurativa del regista che raggiunge l’apice nel piano-sequenza finale, antitetico a quello dei primi anni. La macchina da presa non pedina più il personaggio ma si allontana furtivamente da esso. La fuga si sostituisce all’inseguimento.

8816-1Il 1982 è il momento di Identificazione di una donna, in cui ritroviamo tutte le tematiche centrali del cinema di Antonioni: il senso di vuoto, la solitudine, la morte. Da questa data, a causa di un ictus, il regista è stato costretto a stare lontano dalla macchina da presa fino al 1995. Anno in cui ha realizzato con la collaborazione di Wim Wenders Al di là delle nuvole ed è stato premiato con l’Oscar alla carriera. La sua ultima fatica è stata Eros (2004) prima di spegnersi all’età di 94 anni. Quel giorno il mondo del cinema ha pianto anche la scomparsa del regista svedese Ingmar Bergman

Una caratteristica ricorrente delle opere di Michelangelo Antonioni è l’identità del protagonista, o forse in questo caso sarebbe più calzante dire la “non – identità”. I personaggi sembrano galleggiare nella realtà, senza un passato e soprattutto senza una memoria storica, assenza resa più pesante considerando il periodo in cui ha vissuto il regista che abbraccia il dopoguerra, le contestazioni studentesche sino ad arrivare al boom economico degli anni Settanta. I personaggi vengono risucchiati dallo sfondo sociale, in questo modo la nebbia di Il grido e la luce delle Eolie (L’avventura) finiranno con l’inghiottire i protagonisti. Negli anni Sessanta il linguaggio cinematografico di Michelangelo Antonioni è stato racchiuso nella categoria dell'”incomunicabilità”, categoria che però può essere fuorviante e rischia di ridurre un linguaggio narrativo più profondo ai soli temi più appariscenti. Ad esempio i tratti del giallo, che delineano molte delle storie narrate, spingono lo spettatore ad un’indagine della realtà che è ben lontana dall’accettazione dell’ambiguità della stessa. Proprio questo tassello è uno dei pezzi che completa l’inventività stilistica di Antonioni e che non credo venga colto quando si parla di mera alienazione.

Oggi, a  dieci anni dalla sua morte, Michelangelo Antonioni non ha ancora trovato un degno successore pronto ad impugnare la macchina da presa e continuare la sua scrittura cinematografica.

 Carolina Iapicca per MIfacciodiCultura

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