La “donna d’oro”: Tamara de Lempicka

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La “donna d’oro”: Tamara de Lempicka

tamara-bianco-e-neroNella notte del 18 marzo del 1980 moriva in Messico, stroncata da difficoltà respiratorie, l’ottantaduenne pittrice polacca Tamara Rosalia Gurwik-Gorska, meglio conosciuta come Tamara de Lempicka, icona dell’Art Déco.

Una donna affascinante quanto misteriosa, simbolo dell’emancipazione femminile e di un secolo rivoluzionario come il Novecento. Per capire Tamara dobbiamo sapere che è la diva, l’eleganza, la trasgressione, l’indipendenza e la modernità. La “donna d’oro” come la definì d’Annunzio durante il suo insistente corteggiamento.

Tamara de Lempicka costruì un alone di mistero sulla sua personalità, a partire dalla nascita: non il 16 maggio del 1902 come dichiarava, ma del 1898, e a Varsavia non a Mosca, come le sembrava più conveniente. Questo per poter nascondere le origini paterne ebree, ma anche perché la nazionalità russa, a detta popolare, la faceva apparire nobile. Velleità queste di una bella donna che volle da subito costruirsi un personaggio e una vita memorabile. Dobbiamo pensare a lei come ad una diva, una donna irraggiungibile e capricciosa.

Tamara con il pennello racconta delle donne più belle del ‘900 e racconta un po’ di tutte noi. I suoi ritratti da molti critici sono considerati “freddi”, ma guardandoli da un’altra prospettiva, essi appaiono come una visione interiore che l’artista ci ha offerto, a cui ci lascia partecipare. In ogni donna che ritrae si rivede la pittrice stessa perché, per una così misteriosa, comunicare è possibile solo attraverso messaggi celati e a “piccole dosi”.

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Le due amiche (Perspective), 1923

Tutte le sfaccettature di Tamara de Lempicka, come donna, sono racchiuse nei suoi personaggi, solitamente modelle prese dai più eleganti ritrovi di prostitute. Donne sensuali, vestite solo di un rossetto, che si accarezzano e si riversano sul divano o sul letto. Scene, erotiche, intime e familiari che coinvolgono lo spettatore, uomo o donna che sia.

Più che come pittrice, la sua carriera inizia come disegnatrice di cappelli e, negli anni ’30, fece anche l’indossatrice per alcune case di moda. La cura per ogni dettaglio decorativo, dai guanti al trucco, ai boccoli d’oro alle collane, la rese un’icona tra i salotti mondani e le signore dell’epoca. Una donna elegante, sempre seducente, attenta alla sua immagine, che non passava certamente inosservata alle feste sfarzose, in cui spendeva tutte le sue fortune.

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Autoritratto nella Bugatti verde (1932)

Le donne ritratte nei suoi quadri appaiono sempre diverse ma sono sempre la stessa: Tamara. Il suo celebre autoritratto alla guida della Bugatti verde (1932) è emblema dell’emancipazione femminile, dell’indipendenza della donna, potente e seducente, libera di guidare e sfrecciare ovunque voglia. La donna con la sciarpa blu, quella con le calle, la donna di Saint Moritz (1929), la giovane con il vestito verde mosso dal vento e quella con il libro in mano, raffigurano tutte il bello d’esser donna. Seducenti ed emancipate, è un errore pensarle fredde, malinconiche e irraggiungibili: semplicemente sono loro stesse, ritratte da protagoniste con tutto il loro desiderio di esser indipendenti e senza nessun’altro nella scena.

Forse Tamara descrisse così bene le donne proprio perché le amò. Pubblica è infatti la sua bisessualità e le relazioni con la modella Rafaela e la duchessa Marika de La Salle, che posarono per lei più volte. È stata definita la Scandalosa Tamara per le coppie saffiche che ritraeva, tutte le donne che desiderava, vestite solo di sottovesti rosse o nude in pose classiche, picchiate da un’intensa luce. Donne spogliate da ogni pregiudizio e virtù, semplicemente vive e libere.

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Marika de La Salle (1925)

Le sue opere appartengono in stragrande maggioranza a collezioni private e questo rende Tamara sempre più lontana dal grande pubblico. Una distanza che ha sempre voluto mantenere nel corso della sua vita indossando una maschera, eliminando un passato scomodo e scegliendo di frequentare solo la classe aristocratica degli anni Venti. Nell’arte come nella vita era importante solo la forma. Dopo aver nascosto la sua origine e data di nascita arrivata a New York cercò di nascondere anche la sua maternità per imporsi come figura indipendente in un momento storico in cui le conquiste femminili incoraggiavano uno stile di vita moderno.

Negli ultimi anni la sua arte risentì della propria personalità ingombrante, le forme si fanno sempre più astratte e i protagonisti diventano gli immani grattacieli americani. Usa la spatola e abbandona il pennello. Le ultime sono opere devozionali in cui ritrae icone sacre come attori teatrali. Una scelta finale, tra sacro e profano, legata ad un momento di profonda depressione che la colpì ma soprattutto legata ai difficili anni Trenta. Opere che alimentano il mistero di questa donna, eccentrica, annoiata dalla normalità ma che la rendono perfetta interprete del suo tempo.

Vivo la vita ai margini della società e le regole della società normale non si applicano a coloro che vivono ai margini.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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