Mi ricordo, sì, io mi ricordo di Marcello Mastroianni

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Mi ricordo, sì, io mi ricordo di Marcello Mastroianni

L’eleganza, come tutti i concetti legati all’estetica, è assolutamente relativa, lo capisce anche un analfabeta funzionale (e invece, no): basta andare in un museo e osservare i ritratti sul muro (cosa avranno da guardarmi, poi?), per vedere che il concetto che poteva avere sir Francis Drake dell’eleganza, oppure Luigi XIV, sarebbe assolutamente improponibile oggi, robe da manicomio proprio – salvo poi vedere una sfilata di Pitti Uomo, ma quello è tutt’altro discorso. Ma è anche vero che elegance is an attitude, come recitava una pubblicità di un marchio di orologeria qualche lustro fa, per cui non abbiamo dubbi che, comunque lo si fosse vestito, l’eleganza sarebbe stata comunque un segno distintivo di Marcello Mastroianni: ma soprattutto, siamo convinti che, baciato dagli Dei del talento, l’eleganza non era che una delle tante, immense doti di uno dei più grandi attori del secolo breve.

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La dolce vita

Marcello Mastroianni (Fontana Liri, 28 settembre 1924 – Parigi, 19 dicembre 1996), infatti  è stato un attore cinematografico italiano: ma come ci troviamo in imbarazzo noi, a definirlo così univocamente. Perché se fin troppe volte dobbiamo fronteggiare un elenco infinito di attività dei personaggi famosi (attoreregistaproduttorecalcitoreacrobataastronautaricamatoremondina), stavolta ci troviamo quasi in difficoltà a definire Mastroianni “solo” un attore. Certo, potremmo spendere ancora una volta la trita definizione di “icona”: icona di stile, di eleganza, di capacità recitativa. Indubbiamente, dobbiamo per forza distribuire qualche dato, per definire quantitativamente l’attore – oltre 150 film, per esempio: 2 Golden Globe, 2 Premi BAFTA, 8 David di Donatello, 8 Nastri d’argento, 5 Globi d’oro, un Ciak d’oro, 2 Prix d’interprétation masculine al Festival di Cannes, 2 Coppe Volpi e, infine, un Leone d’oro alla carriera.

Va da sé, con un tale curriculum all’attivo è pressoché infinito l’elenco delle tematiche che Mastroianni ha affrontato nelle sue interpretazioni, attraverso ruoli ed in pellicole di volta in volta leggere, drammatiche, tragiche, comiche, surreali, grottesche. Di conserva, è altrettanto lungo l’elenco dei registi con cui ha lavorato, da a quelli meno noti a quelli iconici come Ettore Scola, Marco Ferreri, Lina Wertmuller, Elio Petri, Vittorio de Sica, Comencini, i fratelli Taviani e, ovviamente, su tutti Federico Fellini che lo volle sui set de La dolce vita, 8 e ½ e La città delle donne – per arrivare poi a Francesca Archibugi o Wim Wenders. Ancora: Sonia Braga, Faye Dunaway, Sophia Loren, Catherine Deneuve, Anita Ekberg sono solo alcune delle partner a loro volta iconiche della bellezza femminile e spesso anche della capacità attoriale che hanno lavorato con Marcello Mastroianni, spesso poi intrecciano relazioni sentimentali importanti.

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Matrimonio all’italiana

Ovviamente, tutto questo non parla dell’imponderabile e della persona. L’eleganza, lo stile sono per lo più entità non quantificabili (aveva più stile Cary Grant o, appunto, Marcello Mastroianni? Domanda oziosa): come si fa a spiegare lo stile di Audrey Hepburn, specie se l’interlocutore trova seducente Lady Gaga? Mastroianni ha ricoperto suo malgrado, al netto di una vita sentimentale importante, il ruolo a volte scomodo di seduttore: in un certo senso, Mastroianni trovò necessario attuare una sorta di difesa da questa etichetta (che forse rischiava di limitare la sua immagine presso il pubblico), interpretando, subito dopo il clamoroso successo de La dolce vita, il ruolo di un uomo impotente in Il bell’Antonio, tratto dal romanzo di Vitaliano Brancati.

Potrebbe essere un gioco di società, come pure un sondaggio in rete, chiedere quale possa essere il miglior film di Mastroianni o quantomeno, a livello individuale, quello preferito: personalmente, trovo che la caratteristica più peculiare di Mastroianni fosse la vena malinconica, che emergeva anche nelle parti più da seduttore – come non notare una sorta di velo di tristezza contenuta nelle parti felliniane o in Sostiene Pereira (che è il nostro secondo film preferito).

marcello-mastroianni-1-1Proprio sulla scorta di un tale ragionamento sentimentale, ci sentiamo senza tema di smentite (tanto è un discorso individuale) di attribuire la palma di nostro film preferito a Stanno Tutti Bene, capolavoro del 1990 con la regia di Giuseppe Tornatore e la musica di Ennio Morricone. Qui, il registro malinconico pervade l’intero film (come non saprà fare nemmeno Robert de Niro nel remake del 2009, comunque molto valido), quando non tocca punte di pateticità che rasentano la disperazione esistenziale. Spendiamo alcune parole off topic per dire che Stanno Tutti Bene è un film in senso realmente cinematografico, cosa abbastanza rara laddove la quasi totalità dei film non sono altro che libri/sceneggiature illustrate ed in movimento: a parte le auto-citazioni (più ruoli cameo di Tornatore, Morricone che usa per la segreteria telefonica di Alvaro, il figlio morto del protagonista, la colonna sonora da lui stesso firmata per Il Vizietto del 1978, il che a sua volta si ricollega al sospetto, non esplicitato, che lo stesso Alvaro fosse omosessuale), la scena in cui nel viaggio di andata in treno, il controllore “buca” il biglietto di Matteo Scuro / Mastroianni, ma anche la fotografia sottostante, che ritrae i figli dell’uomo, e ne “oblitera” così anche un volto, cioè proprio quello di Alvaro.

Ecco, questo è cinema. Marcello Mastroianni ne ha fatto tanto, tantissimo, e meraviglioso.

E di lui ci ricorderemo, sì, noi ce ne ricorderemo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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