I non specchi di Pistoletto

I non specchi di Pistoletto

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I non specchi di Pistoletto, da scoprire per scoprirsi. Noi specchiati, diamo senso all’opera del genio di Biella.

Michelangelo Pistoletto nasce a Biella il 25 giugno 1933, lì nel 1991 vi fonderà Cittadellarte, luogo dedicato alla promozione culturale e all’arte contemporanea.

Artista prematuro che inizia la sua attività a quattordici anni, come racconta in un’intervista del 1984 di Germano Celant, sobillato dalla voglia di rappresentare se stesso per mezzo dell’autoritratto per vedersi e prendere coscienza della sua identità. Espone il primo  nel 1955 al Circolo degli artisti di Torino. Il padre gli fa da maestro, restauratore di professione ma pittore per amore come del resto anche la madre.

Dall’idea di rappresentazione di se stesso per se stesso passa  in pochi anni alla convinzione che l’artista abbia il dovere di essere parte attiva della società e per questo sente l’urgenza di mettere nella sua stessa condizione di autoconfronto il consumatore d’arte, come lo definirebbe Umberto Eco.

Dal 1961 nella sua produzione iniziano a comparire i primi quadri specchianti. Questi, risultato di diverse sperimentazioni partite dagli anni Cinquanta da tele con sfondi monocromi metallici neri e oro, sanciscono la fortuna di Pistoletto che dal 1963 inizia a lavorare con Gian Enzo Sperone e Ileana Sonabend, gallerista rumena fra le più celebri e rilevanti del XX secolo.

Operata la scelta del materiale, lastre in acciaio inossidabile, dipinge i primi personaggi sulla superficie ma, ancora troppo poco fedeli alla realtà, questi vengono sostituiti prima da fotografie a grandezza naturale riportate sulla velina e poi, dal 1971,  da riproduzioni dell’immagine fotografica attraverso un processo serigrafico. A questo punto ogni segno artistico è svanito, non resta già più traccia dell’autore che, eclissandosi, rende l’opera completamente autonoma e anonima.

Appoggiati per terra i suoi quadri specchianti creano così una serie di dualismi illusori individuabili per opposizione che consentono un dialogo fra la realtà spazio-temporale nella quale è immerso lo spettatore e la realtà rappresentata dai personaggi che li abitano che le è complementare e antitetica.

Pistoletto riesce a rendere il fruitore testimone di se stesso e partecipe di un doppio livello di lettura dell’ambiente che lo circonda contrapponendo il suo dinamismo alla staticità dell’oggetto rappresentato, la profondità alla superficie; espone l’osservatore al dubbio di cosa sia autentico e cosa un mero artificio.

L’artista dona l’esperienza di essere parte dell’opera e, per di più, costruisce un’opera che non può esistere o, per meglio dire, “morta” senza qualcuno che la osservi. Lo specchio, topos della letteratura e dell’arte, che ha rappresentato  per lo più il doppio significato di vanitas e di magia fin da tempi remoti, nelle sue opere si fa carico di essere strumento di pura proiezione al fine di diventare scenario di attuazione dell’opera. Non solo: non è infatti esso ad essere propriamente opera ma lo è lo stesso atto di guardarlo e di guardarsi al suo interno. Troviamo riprodotte figure anonime: un uomo che si allaccia le scarpe, una donna e un amico affacciati al balcone di spalle, dei passanti. Noi, ugualmente passanti, ci troviamo d’improvviso in un setting già formato ma allo stesso tempo vuoto e indefinito perchè in uno stato di permanente mutazione. Siamo all’interno di un inganno temporale, credendo di far parte di un momento ormai concluso e sospeso che, paradossalmente, ci riporta in una condizione di presenza e di presa di coscienza mettendoci dinanzi l’attuale scorrere del tempo.

La più radicale rivoluzione compiuta in queste opere è tradire la fiducia del pubblico: non lo si mette, infatti, davanti ad una spiegazione del mondo reale perchè, per Pistoletto, l’esplorazione e la rivelazione di esso si può avere soltanto tramite la sua osservazione oggettiva.

Lo specchio rimane per tutta la vita al centro della sua ricerca, mutando ed evolvendosi con lui nella forma, nell’utilizzo e nell’intenzione.

Nel 1994 confiderà a Elisabeth Schweeger in un’ intervista:

“L’idea di utilizzare lo specchio risale agli anni Cinquanta ed è nata da una necessità: quella di realizzare un autoritratto. E per fare un autoritratto si ha bisogno di uno specchio. Questo è avvenuto sempre per tutti gli artisti, ma lo specchio era utilizzato solo come uno strumento utile a fissare la propria immagine sulla tela. Per me invece lo specchio è diventato luogo del quadro, ne ha preso il posto. La metamorfosi dell’autoritratto. […] Lo specchio è l’illusione dell’immagine ma non del tempo, il tempo è reale. Lo specchio è un luogo in cui si rivela il lavoro. Confrontandomi con il principio dello specchio mi confronto anche con la ricerca della verità. “

 

Chiara Lorenzetti per #MIfacciodiCultura

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