“Michelangelo Infinito” il film: materialità della pietra, immaterialità dell’infinito

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Raffaello e Vasari sono solo alcuni degli artisti reinterpretati dalla settima Arte, ma in fondo mancava solo lui, con un titolo che fa ulteriormente accrescere l’attesa, per quanto è evocativo: Michelangelo Infinito.

Michelangelo InfinitoDal 27 settembre al 3 ottobre 2018 sarà possibile ammirare questo documento storico, in cui l’artista, interpretato da Enrico Lo Verso, si sveste di qualsiasi riferimento didascalico per rivelarsi nella sua più intima natura: un uomo inquieto, dannato dalle sue passioni ma sempre razionalmente fedele alle proprie ideologie.

Il titolo evocativo contempla l’infinito, l’apeiron di Anassimandro, ciò che sta al di là dell’ermo colle di Leopardi, ma è utile ricordare che Michelangelo fu anche molto legato alla terra, alla pietra, oltre che all’infinito della sua arte e delle sue poesie. Il film infatti si snoda per gran parte del tempo nel territorio dei Marmi di Carrara, luogo in cui l’artista trovava la pietra ideale per scolpire le sue opere. In questo modo, viene sottolineato dal regista la grande cura che il Buonarroti poneva nella ricerca del suo materiale. La pietra trova nell’animo dell’artista un significato, assumendo la funzione di assecondare lo spirito inquieto dell’artista attraverso la scultura: dando senso a quell’oggetto che, senza il lavoro scultoreo, non esprimerebbe nulla. Lo stesso Michelangelo afferma:

Tu vedi un blocco
Pensa all’immagine
L’immagine è dentro
Basta soltanto spogliarla

Riprese del film “Michelangelo Infinito”. Uomo e pietra diventano un’unica cosa

La pietra è materiale, ma è dotata di anima, ed è per questo motivo che è infinita.

Infinito è permeato nelle sue poesie, in cui eleva il valore dell’arte al di sopra ogni altra cosa. Appuntando spunti sugli angoli dei fogli da disegno, egli costruì senza premeditazione la raccolta Rime. Nelle sue opere si percepisce l’amore e la sofferenza che prova per la materia. La rima 151 recita:

Non ha l’ottimo artista alcun concetto
C’un marmo solo in sé non circonscriva
Col suo supercerchio, e solo a quello arriva
La man che ubbidisce all’intelletto.

La poesia risulta essere quindi il rifugio in cui Michelangelo si rintana per stare bene di fronte al rapporto conflittuale che aveva con la materia. Recita così la Rima 237:

Molto diletta al gusto intero e sano
L’opra della prim’arte, che n’assembra
I volti e gli atti, e con più vive membra,
di cera o terra o pietra, un corp’umano.
Se po’ ‘l tempo ingiurioso, aspro e villano
La rompe o storce o del tutto dismembra,
la beltà che prim’era si rimembra
e serba a miglior loco il piacer vano.

Riprese a Carrara

Michelangelo cercò di unire la materialità e l’infinito, assegnando alla prima immortalità attraverso la scultura, ed è per questo motivo che le sue opere sono dotate di una sacralità inarrivabile, nonostante la pietra sia uno dei mezzi più terreni che ci siano. Il titolo del film Michelangelo Infinito quindi risulta essere l’incipit di un viaggio in cui lo spettatore riscopre il valore dell’arte come mezzo in cui l’infinito, la poesia, inevitabilmente si scontra con la parte più terrena che c’è in noi, che è la nostra vita come uomini.

La materialità non risulta essere solo un puro oggetto, ma un mezzo con cui Michelangelo riscopre la vita, dando un valore aggiunto alla pietra attraverso la bellezza.

Grazie alla durevolezza della materia, l’infinito può estrinsecarsi per sempre.

Materialità e immaterialità, nell’arte, vanno sempre a braccetto. E Michelangelo, uomo immortale, è stato un maestro nel metterlo in pratica.

Elisa Tiboni per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Ravecca Massimo dice

    La Trinità potrebbe essere anche modello del genio, e soprattutto del genio artistico. La dimensione speculare, inclusiva del mistero trinitario, la si ritrova nella manifestazione del genio umano. A partire dal Gesù dei Vangeli, ma anche nelle opere e nelle vite dei geni in generale e soprattutto in quelli nel campo artistico, e di Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti in particolare. Se l’infinito è una cifra del divino, il “non finito” lo è del genio. Nelle opere degli artisti americani Jackson Pollock, Andy Warhol e nell’italo argentino Lucio Fontana la dimensione speculare e/o inclusiva è addirittura nella tecniche di esecuzione. Non occorre che il genio, nella produzione dei suoi capolavori, pensi o si ispiri alle definizioni trinitarie, può non pensarci, non conoscerle o al limite non crederci, ma di fatto, in modo diretto o indiretto, consapevole o meno, lì sembrerebbe, in qualche modo, ricadere. Cfr. ebook/kindle. “La Trinità modello del genio”.

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