Leonard Bernstein, il seduttore d’orchestra

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Leonard Bernstein, il seduttore d’orchestra

Come suggerisce il sottotitolo di un intrigante saggio di Massimo Recalcati (L’ora di lezione), l’erotica dell’insegnamento è una qualità imprescindibile per qualsiasi insegnante, dal maestro elementare al professore universitario, dal sacerdote del catechismo al direttore d’orchestra. In sostanza, gli allievi devono essere sedotti intellettualmente dal maestro per imparare davvero qualcosa: il rapporto maestro-allievo, dunque, è un rapporto fondato quasi esclusivamente sull’eros, sul fascino emanato dal maestro, e non – come si crede abitualmente – sulla mera cultura dell’insegnante. E quale materia, se non la musica ha nell’eros e nella seduzione le proprie ragioni d’esistere? E quale insegnante, se non proprio il direttore d’orchestra, deve saper comunicare al suo pubblico con tutto l’eros e con tutto il carisma di cui è dotato? In questo senso, uno dei direttori d’orchestra più erotici, vale a dire più carismatici, del XX secolo rimane senz’ombra di dubbio Leonard Bernstein: compositore, direttore d’orchestra ed eccellente pianista statunitense.

Il 9 novembre 1989 una cascata di picconate abbatteva il Muro di Berlino: in quell’occasione, il già settantenne Bernstein salì sul podio di Berlino per celebrare, con l’eterna musica di Beethoven, la riunificazione della Germania. L’anno seguente, il 14 ottobre 1990, Bernstein lasciava per sempre il suo mondo, il mondo della musica, rimpianto dalle orchestre che aveva diretto, dal pubblico che l’aveva apprezzato e, soprattutto, dagli allievi che aveva saputo trascinare nella sua intima passione.

Si potrebbe sciorinare qui di seguito l’intera carriera del Maestro Leonard Bernstein a partire dal suo entusiastico debutto, appena venticinquenne, alla prestigiosa Carnegie Hall di New York, una delle più prestigiose sale da concerto del mondo. Qualche anno più tardi, nel 1951, Bernstein sposò l’attrice e pianista cilena Felicia Montealegre, la cui prematura scomparsa (nel 1978) avrebbe gettato un’ombra scura sulla vita del direttore. Per una durata da record, dal 1958 al 1969, impugnò senza tregua la bacchetta della Filarmonica di New York, diventando molto popolare tra il grande pubblico e guadagnandosi l’affettuoso diminutivo di “Lenny”. In questo lungo lasso di tempo, peraltro, “Lenny” seppe sfruttare come pochi i nuovi media di massa, consentendo alle telecamere televisive di entrare nelle sale da concerto e conducendo personalmente affollatissimi cicli di lezioni rivolti al pubblico più giovane: indimenticabili, a questo riguardo, i suoi prodigiosi Philharmonic’s Young People’s Concerts, durante i quali ci vengono mostrati spettatori di appena sei anni letteralmente ipnotizzati dalle spiegazioni musicali del maestro: la capacità erotica, dicevamo in principio. Un ispiratissimo Bernstein riesce a tenere ancorate alle sedie centinaia di bambini, paragonando la musica frenetica ed incalzante dell’Ouverture del Guglielmo Tell all’avanzare di un esilarante “Superman in motocicletta“; riesce, con una straordinaria capacità evocativa, a descrivere la felicità di un “eroe del football” poco dopo un touchdown attraverso la musica gioiosa di Tchaikovsky.

Ancora più innovativi ed ancora più popolari, però, restano i suoi musical: frizzanti, moderne ed insieme coltissime, le composizioni di Bernstein rappresentano un ponte transoceanico fra la musica classica di origine europea e le tendenze “popolari” del Nuovo Continente. Un esempio su tutti: la commovente West Side Story, un Romeo e Giulietta “made in U.S.A.”.

Tuttavia, per comprendere al meglio il genio scomposto di Bernstein, occorre guardare al dietro-le-quinte piuttosto che al palcoscenico delle grandi occasioni. Il carisma, cifra stilistica di Bernstein, infatti, traspare in maniera più limpida e commovente durante le prove con i cantanti (come le tumultuose prove con il tenore Carreras) e, soprattutto, con le orchestre giovanili (imperdibili le prove della Sagra della Primavera di Stravinskij). Vestito con camicie sgargianti, mosso da una mimica spontanea e diretta, «Bernstein esegue sul podio una danza coinvolgente ed erotica», come affermò uno dei suoi giovanissimi allievi alla fine delle prove. Il direttore riuscì infatti ad entrare nell’universo di quei giovani musicisti, convincendoli che la musica di Stravinskij rappresentasse “il pezzo ideale per i ragazzi di oggi”, carica com’era di desiderio, di sensualità e di potenza adolescenziale. Ed ecco che, nel racconto di Bernstein, i profondi suoni degli archi si trasformano nei pesantissimi passi di dinosauri preistorici e la musica di Stravinskij riesce davvero a dialogare con i ragazzi, i quali riconoscono nel direttore statunitense non uno dei tanti “vigili” muniti di bacchetta, bensì un vero “mago” della direzione d’orchestra, vale a dire qualcuno capace di suscitare in loro “sensazioni che non si possono descrivere in nessuna lingua”. Di conseguenza, più che un direttore d’orchestra, possiamo definire Lenny Bernstein un seduttore d’orchestra.

Fabio Gusella per MIfacciodiCultura

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