Caravaggio, maestro dell’arte dove luce e buio si incontrano

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Testa di Medusa, 1597, Galleria degli Uffizi di Firenze
Testa di Medusa, 1597, Galleria degli Uffizi di Firenze

Michelangelo Merisi. Caravaggio. A volte, basta un nome, il nome perché un’aurea contorni una persona con la sua grazia. E nel caso del pittore in questione, certamente non si hanno dubbi sull’autorevolezza che porta con sé grazie alla sua arte.

Nasce il 29 settembre del 1571 a Milano, da Fermo Merisi e Lucia Aratori. A questo proposito, inseriamo già una parentesi che potrebbe suscitare curiosità: i nomi dei suoi genitori sono gli stessi che Manzoni scelse per la prima edizione dei Promessi Sposi, mai pubblicata. Il soprannome dell’artista deriva dal fatto che la madre provenisse dalla cittadina di Caravaggio, nella bassa bergamasca, famosa per il santuario alla Madonna. Il padre, invece, cura l’amministrazione dei beni proprio del marchese di Caravaggio.

Canestra di frutta
Canestra di frutta

Nella Milano abbandonata dagli Sforza e con al potere i Francesi, il tutto in un clima di santità grazie a Carlo Borromeo e di disperazione a causa della peste che dilaga, Caravaggio incomincia presto la sua formazione pittorica. Fa pratica presso lo studio di Simone Peterzano, cui gli affreschi più riusciti si trovano presso la certosa di Garegnano. Egli porta con sé l’adolescente apprendista anche a Venezia, e lì Caravaggio conosce l’abilità del Tintoretto. Nel capoluogo lombardo, invece, Tiziano e Leonardo sono i suoi modelli, nello specifico con Flagellazione di Cristo e Cenacolo presso Santa Maria delle Grazie.

Nel 1592 Caravaggio decide di lasciare per sempre Milano, e si dirige alla volta di Roma. Nonostante viva già in ristrettezze economiche, per lui la Città Eterna non mostra quell’aurea che potremmo immaginarci per i grandi pittori del Rinascimento. Caravaggio non frequenta i luoghi elitari e aristocratici, bensì le periferie, le zone defilate caratterizzate da osterie, locande, macerie, vicoli. Ovviamente non gli mancano problemi igienico-sanitari o relativi alla giustizia.

Vuol tanta manifattura per fare un quadro buono di fiori come di figure.

Questo è un celebre aforisma dell’artista stesso. Infatti, assolutamente innegabile rimane la sua predilezione per le cosiddette nature morte, tanto che il primo incarico stabile e ufficiale cui si dedica nella capitale è proprio la decorazione tramite dettagli di fiori e frutta delle opere di Cavalier d’Arpino, pure suo committente. Al di là degli elementi naturali, a Caravaggio piace la realtà quotidiana, perché è a essa che si ispira continuamente, almeno all’inizio della sua produzione. Ovviamente, in tutto questo il fascio di luce diagonale assume sempre un’importanza significativa. Zingare, garzoni, giovanotti di buona famiglia, briganti sono messi in evidenza da Caravaggio, come fossero i Ragazzi di vita di un Pasolini figurativo cinquecentesco.

maddalena-penitente-michelangelo-merisi-da-caravaggio
Maddalena Penitente

Quando viene notato dal cardinal Del Monte la fama non fa che accrescere. La Roma per bene desidera conoscere il suo stile, desidera acquistare e collezionare le sue opere uniche. Tuttavia, ci sono tratti del realismo lombardo che inquietano il pubblico, primo tra questi l’incrocio tra sacro e profano, divino e umano. La dignità dell’arte sacra (o la dignità stessa) evidentemente per Caravaggio è relativa, come testimonia incredibilmente la Maddalena Penitente, risalente al 1594-95. L’opera è stata descritta da Giovan Pietro Bellori come «corpi vulgari e senza bellezza». Così una ragazza del popolo, una prostituta magari, viene descritta come la santa, e intorno a lei regna la solitudine e il silenzio nella stanza, così semplice e vuota e spontanea, come la donna quasi addormentata.

Dipinse una fanciulla a sedere sopra una seggiola con le mani in setto in atto di asciugarsi li capelli. La ritrasse in una camera, aggiungendovi in terra un vasello d’unguenti con monili e gemme la finse per Maddalena.

Madonna dei pellegrini
Madonna dei pellegrini

Un altro quadro che Del Monte apprezza molto è la Canestra di frutta (1597-98), conservata alla Pinacoteca di Brera di Milano. L’opera viene inviata al Borromeo, che rimane estasiato, tanto da ammettere che nella sua collezione questa sua opera è rimasta solitaria «poiché nessuna raggiungeva la bellezza di questa e la sua incomparabile eccellenza». Oltre ai colori immancabilmente vividi, ciò che spicca è il contrasto, che sempre viene evidenziato, tra vita e morte, tra disfacimento e vitalità, tra rigoglio della natura stessa e la sua corrosione. Il tempo passa, le pere, i fichi, l’uva tra i vimini iniziano a perdere la loro essenza.

Il 1600 segna una svolta nella vita dell’artista. Siamo in San Luigi dei Francesi, chiesa in cui gli viene commissionata una vasta pala d’altare da Matteo Contarelli. Dunque, non si può non citare la Vocazione di San Matteo (in copertina). La luce è più che mai determinante: colui che diverrà santo vede la luce diretta verso di lui, si stupisce, si domanda se sia proprio lui a essere chiamato, è una rivelazione, appunto. E in Caravaggio è proprio così: non importa quello che effettivamente i personaggi vedono, non importa che lo spettatore conosca l’oggetto rivelato, l’importante è che sia rivelato qualcosa. In tal modo non solo la luce fa da tramite nell’azione, ma è essa stessa protagonista. Una scena quotidiana diventa miracolo, tra degli uomini che giocano a carte nasce la salvezza.

Peccato che sembri che Caravaggio veda la salvezza laddove gli altri, e in particolar modo i suoi contestatori, vedano solo ribrezzo e sdegno. A dimostrazione di questa affermazione abbiamo la Madonna dei pellegrini, conservata presso la Santa Casa di Loreto. Infatti, il pittore sceglie una popolana dai capelli castani per ispirarsi alla figura di Maria, sorregge il Bambino Gesù appoggiandosi ad uno stipite, mentre due anziani pellegrini tremolanti osservano la scena dallo sfondo. Si dice che un suo rivale abbia commentato l’opera con queste parole altezzose, a ragion del fatto che essa alla gente semplice piace molto:

Fece una Madonna di Loreto ritratta al naturale con due pellegrini, uno co’ piedi fangosi e l’altra con una cuffia sdrucita e sudicia: e per queste leggierezze in riguardo delle parti che una gran pittura aver dee, da’ popolani ne fu fatto estremo schiamazzo. 

particolari, la Morte della Vergine
particolari, La Morte della Vergine

Come si può intuire, non sempre la semplicità e l’umiltà di Caravaggio nel dipingere vengono comprese. Questo è ciò che accade con la Madonna dell’altare dei Palafranieri, presso la Basilica di San Pietro. Il tema del trionfo di Cristo sulla morte viene trattato in una maniera eccessivamente spoglia secondo il giudizio dell’epoca, e a rimetterci è solo Caravaggio stesso. Un’altra occasione mancata è quella offertagli dal principe genovese Marcantonio Doria: rifiuta di affrescare la sua villa nonostante l’alto compenso.

Passiamo ad uno scandalo: la Morte della Vergine. È il 1606, i carmelitani di Santa Maria della Scala cui è dedicata l’opera la rifiutano per la mancanza di decoro, poiché non accettano la quotidianità da cui la figura della Vergine è tratta. Si racconta, infatti, che Caravaggio si sia ispirato a Lena, una prostituta sua amante e modella, annegata nel Tevere. Per questo motivo l’artista si batte anche in sala di tribunale. Le sue sembianze rivelano un’umanità disarmante: il suo corpo è livido e gonfio, le sue caviglie sono scoperte. La luce, di nuovo, non fa che accentuare il contrasto tra il pallore degli apostoli che piangono la donna e il rosso sangue del telo sovrastante.

particolare, Sette opere di misericordia
particolare, Sette opere di misericordia

Una sera di maggio del 1606 Michelangelo Merisi ha una discussione troppo accesa per un fallo di gioco, durante una partita di calcio. Arriva a sfidare a duello il suo avversario, che coinvolge le bande rivali del Campo Marzio: lui stesso viene colpito, ma nella colluttazione uccide il contendente Ranuccio Tommasoni, un sergente romano. Perciò viene ricercato e la cattiva fama si abbatte su di lui. I principi da Colonna lo aiutano a nascondersi, ma viene condannato in contumacia alla pena di morte. Da questo momento in poi Caravaggio inizia le sue peregrinazioni, prediligendo Napoli come rifugio.

Nella ricca capitale mediterranea, dallo scenario culturale molto movimentato, il pittore dipinge una delle tele più famose di questo periodo: la pala delle Sette opere della Misericordia, presso la confraternita del Pio Monte della Misericordia. Il quadro racchiude in una complessa unica scena i gesti di dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, confortare gli infermi, e così via. Eppure l’opera non cade nella banalità o nella consueta iconografia sacra. Caravaggio la riempie di citazioni (Cimone e Pero, San Martino, Sansone, ad esempio).

Davide con la testa di Golia, 1610, Galleria Borghese di Roma
Davide con la testa di Golia, 1610, Galleria Borghese di Roma

Nel 1607 l’artista approda a Malta, l’isola dei cavalieri. Lavora presso la cattedrale di San Giovanni a La Valletta, e subito si integra nell’ambiente maltese. Peccato che il suo passato da ricercato riemerge, così subisce l’espulsione dall’Ordine dei Cavalieri e viene mandato nuovamente in prigione. Fugge: la sua meta è la Sicilia. Tra Palermo, Messina e Siracusa Caravaggio prosegue i suoi viaggi e le sue committenze artistiche, prevalentemente dal carattere sacro. E pare che l’isola per lui sia una tappa tranquilla della sua odissea.

Ma gli ultimi tempi della sua vita li trascorre di nuovo a Napoli. È il 24 ottobre quando viene sfregiato per una lite in un’osteria. Addirittura si vocifera della sua morte. Artisticamente parlando, risale al 1805 il terremoto che distrugge la Chiesa di Sant’Anna, presso la quale si trovano varie sue importanti decorazioni. Secondo i documenti storici è Martirio di Sant’Orsola l’ultimo quadro che realizza.

L’intercessione del cardinal Gonzaga presso la corte papale per far donare a Caravaggio il perdono non porta effettivamente la grazia sperata. Non potendo tornare direttamente nella capitale, passa attraverso i presidi del grossetano, e si ferma a Porto Ercole. Viene messo in carcere, stavolta per errore, inspiegabilmente, incredibilmente. Due giorni di prigione. Solo due. La nave diretta a Roma se ne va senza di lui, e una febbre malarica lo colpisce all’improvviso, come fosse un colpo di spada inferto di soppiatto da Davide al gigante Golia. A proposito di quest’opera: l’eroe tiene in mano in segno di trionfo la testa di Golia, eppure sembra malinconico. Potrebbe essere l’alter-ego di Caravaggio, che vive tra il rimorso, il senso di colpa, il desiderio di espiazione per i gesti violenti commessi nel corso della sua esistenza. Nonostante lo sfondo scuro, i personaggi parlano, il colore è altamente espressivo.

Ragazzo morso da un ramarro, 1595-96, Fondazione Longhi di Firenze
Ragazzo morso da un ramarro, 1595-96, Fondazione Longhi di Firenze

Comunque, ha solo trentanove anni, quel drammatico 18 luglio 1610. Muore in solitudine e disperazione, come un grande artista che immagina di essere dimenticato da tutti, quando in verità il suo nome è già giunto lontano. Per ironia della sorte, la notizia della sua morte arriva a Roma dieci giorni dopo, e la grazia papale era già stata concessa.

Dopo aver raccontato la sua biografia e la sua opera, viene spontaneo chiedersi cosa ha lasciato Caravaggio al suo pubblico, perché ancora oggi viene tanto apprezzato. Ce lo dice Vittorio Sgarbi, che il febbraio scorso ha tenuto a Roma, al Teatro Vittoria, uno spettacolo proprio sull’artista da Caravaggio:

Caravaggio è doppiamente contemporaneo: perché c’è, perché viviamo contemporaneamente alle sue opere che continuano a vivere e perché la sensibilità del nostro tempo gli ha restituito tutti i significati e l’importanza della sua opera.

Caravaggio. Dove la luce e il buio si incontrano. Dove il realismo in tutta la sua crudezza e l’umanità santa si racchiudono. Dove la quotidianità più bassa e il miracolo si intrecciano. Il suo nome è inimitabile, come la sua tecnica pittorica, come dimostrato dalle recenti radiografie: nessun disegno preparatorio, materiali tra l’altro non di prima qualità. Eppure è la presa diretta, l’osservazione e l’incisività trasferita sulla tela quella che conta. Tutto è scritto nella sua testa: il risultato è che è la tela stessa a parlare.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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