Nato per correre: il sogno (americano) di Bruce Springsteen

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Nato per correre: il sogno (americano) di Bruce Springsteen

Baby this town rips the bones from your back
It’s a death trap, it’s a suicide rap
We gotta get out while we’re young
‘Cause tramps like us, baby we were born to run

Born to Run

borntorunhp-1Leggenda vivente della popular music. Icona del rock made in U.S.A.. Working-class hero. Quarant’anni di carriera. Bruce Springsteen è uno che ce l’ha fatta.

Nato a Long Branch il 23 settembre 1949 e cresciuto a Freehold, nel Sud del New Jersey, il Boss affonda le proprie radici nella classe operaia. Il padre, Douglas Frederick (con cui Bruce ebbe un rapporto travagliato), era un veterano della seconda guerra mondiale che alternava le occupazioni più disparate a periodi di disoccupazione; la madre, Adele Ann Zerilli, di origine italiana, era una segretaria. Bruce non ha mai dimenticato, né voluto cancellare, il suo retroterra working-class, anzi. In un certo senso, si potrebbe affermare che ne sia stato il portavoce. Quando, nel settembre del 1956, a sette anni, assistette alla prima apparizione televisiva di Elvis Presley all’Ed Sullivan Show, il giovanissimo Bruce decise cosa avrebbe voluto fare da grande. Ricevette prima una chitarra giocattolo; poi, la madre decise di affittare uno strumento vero. Ma fu solo nel 1963 che Springsteen decise di acquistare una chitarra acustica e di imparare a suonare. La nascita del suo mito, parte da qui.

All’interno della sua longeva carriera, album quali Born to Run (1975), Darkness on the Edge of Town (1978), il doppio disco The River (1980), Nebraska (1982) e Born in the U.S.A. (1984) sono considerati capisaldi della storia del rock. Il suo timbro inconfondibile si amalgama perfettamente ad un impasto musicale che mescola armoniosamente rock’n’roll, blues e folk. Tra gli artisti e le band  che maggiormente lo influenzarono, si annoverano, oltre al già citato Elvis, Bob Dylan, Van Morrison, gli Animals di Eric Burdon, Beatles, Rolling Stones, The Who, il soul propagato dalla Motown e dalla Stax.

brucespringsteen_84-1La versatile voce di Bruce Springsteen è in grado di adattarsi ad atmosfere completamente differenti, dagli energici brani pop-rock “da stadio” ai grigiori intimisti delle litanie acustiche – le due anime del Boss, il rocker ed il folk singer. Se da un lato, infatti, si può intravedere in Springsteen il recupero della figura del minstrel (soprattutto negli album Nebraska, The Ghost Of Tom Joad e Devils & Dust), incarnato dal maestro Woody Guthrie prima e da Bob Dylan poi, dall’altro Bruce è il performer rock per eccellenza. I suoi concerti sono ormai entrati nella storia: quattro ore di musica ininterrotta, in cui Bruce instaura una relazione quasi simbiotica con il suo pubblico. Nonostante l’avanzare dell’età, il Boss non ha smesso di donare se stesso completamente alle folle oceaniche che invadono gli stadi per assistere ai suoi concerti-eventi. Non si può, a questo proposito, non citare la storica E-Street Band, l’affiatato gruppo di musicisti di supporto a Bruce Springsteen, tra i quali si segnalano il chitarrista Steven Van Zandt, conosciuto anche come “Little Steven”; il sassofonista Clarence Clemons, scomparso nel 2011; e Patti Scialfa, la corista che sposò Bruce nel 1991. Nonostante gli scioglimenti, i periodi di pausa e i cambi di line-up, questi musicisti sono rimasti inevitabilmente legati al songwriter di Freehold, con il quale collaborano già dalla fine degli anni Sessanta, quando Bruce muoveva i primi passi nell’area di Asbury Park (collocata sulla costa del New Jersey). Oltre ad aver collaborato alla registrazione di alcuni album del Boss in studio, come Born to Run, Darkness on the Edge of Town, The River e Born in the U.S.A., la band ha accompagnato Springsteen durante le sue trionfali tournée in giro per il mondo.

Dal vivo, Bruce Springsteen è carisma, dedizione e passione. La sua è stata una nuova immagine di eroe americano in jeans e maglietta, lontana dallo stereotipo della rockstar eccentrica, dominata dalla triade imperniata sugli eccessi, annegata dai fiumi dell’alcol e dai fumi delle droghe. Ciò che conta è solo la musica, la genuinità di una canzone scritta con il sudore e con il cuore. Springsteen è uno storyteller che racconta le vite ordinarie di uomini comuni, uomini che divengono eroi protagonisti di inni generazionali. Il banale è elevato all’epico. Le sue storie dipingono le speranze, gli ideali, le illusioni e le disillusioni del sogno americano, un sogno di cui lui stesso sembra essere l’incarnazione. «La mia musica ha sempre voluto misurare la distanza tra la realtà e il sogno americano in un determinato momento», affermò egli stesso in un’intervista. Si potrebbe affermare che la produzione discografica del Boss raccolga la storia degli Stati Uniti degli ultimi quarant’anni, le sue luci e le sue promesse, ma anche le sue ombre e la sua desolazione.

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Con Clarence Clemons

L’America, si sa, ha un lato oscuro, così come Bruce Springsteen. Un anno fa ha pubblicato la sua autobiografia Born to Run, nella quale ha svelato cosa si cela inaspettatamente dietro la maschera della rockstar simbolo della working-class: una depressione che lo ha colpito a ondate in diverse fasi della sua vita (come già ha confessato a Vanity Fair). In contemporanea al libro, è pubblicato un nuovo album, Chapter and Verse, contenente 18 brani (tra cui cinque inediti) legati ai 18 capitoli dell’autobiografia: una colonna sonora che accompagna il dipanarsi della sua vita. E, in fondo, anche la nostra.

Lorena Alessandrini per MIfacciodiCultura

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