Nelly Arcan: “ problema d’apparizione” o di “identità?”

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Che tipo di sensazione si avverte in una “situazione visiva”? È possibile liberarsi da immagini autoprodotte o imposte dall’esterno? Ad esempio in un quadro di Egon Schiele si può vedere una sagoma spezzata con gli occhi perfettamente definiti. Si nota un contesto che sfuma, evapora quasi e lo sguardo, invece, è assolutamente vivo, sempre lì. Lo spettatore guarda l’immagine e si sente guardato a sua volta sia come parte che come causa di quella mutilazione.

Il “problema d’apparizione” nasce dallo scontro di percezioni diverse e lo si può facilmente intendere da quanto scritto da Bernard Noël in Estratti del corpo: «ci fu un dentro e ci fu un fuori, ma il dentro conteneva il suo fuori che diceva me intanto che lui diceva io».

Questo significa che la dimensione del guardato è complessa, divisa, arbitraria. L’occhio è certamente lo strumento della vista e della conoscenza, ma anche un lobo che si inverte e da qui distrugge. Così come lo sguardo paradossale di una delle voci più rivoluzionarie nella letteratura contemporanea canadese: Nelly Arcan (5 marzo 1973, Lac-Mégantic, Canada – 24 settembre 2009, Montréal, Canada), pseudonimo di Isabelle Fortier. Il suo sguardo, infatti, non solo manipola l’universo di cui fa parte, ma lo distrugge sovvertendone tutte le parti. 

La confessione, nel processo di distruzione, è fondamentale, perché è la traccia della colpa da parte del soggetto che distrugge e la condanna dell’oggetto distrutto. Lo stesso avviene nella dimensione del guardato: il soggetto che colpisce è insieme l’oggetto che subisce. Da questo bipolarismo Nelly Arcan, specialmente nel suo romanzo d’esordio Putain, cerca di risolvere il problema di apparizione, che altro non è che un problema di identità e autenticità. Eppure la verità fugge nel mondo arcaniano e lascia il posto alla finzione che uccide con i suoi doppi. Già Nancy Huston in Arcane philosophe, prefazione di Burqa de chair, romanzo postumo di Nelly Arcan, aveva messo in evidenza il bipolarismo della scrittrice quebecchese: «Deux façons d’être une femme publique»[1].

Le donne, nell’universo arcaniano, sono divise in due specie: la madre e la puttana, la larva e la puffetta. Per cui il sabotaggio degli stereotipi femminili avviene con la scelta di «devenir putain»[2] in modo da allontanare «una larva tra il sonno e l’attesa di prendere forma» (P, 53) e costruire da qui la propria identità nelle “contrazioni” delle figure femminili rifiutate.

Tuttavia la colpa di Nelly, da Putain (2001) a À ciel ouvert (2007), da Folle (2004) a Paradis clef en mein (2009), fino a Burqa de chair (2011), non è quella di apparire sempre diversa, mai una. La sua colpa è quella di aderire ai dogmi del sistema incorporando in sé le regole della società, dal culto della bellezza alla sovrapposizione delle immagini artificiali che trasfigurano tutto ciò che si crede autentico. L’autenticità, però, è a sua volta uno schermo che fa comparire delle immagini intermittenti che per la loro violenza vengono respinte e camuffate da un bisogno intrinseco di “piacere”.

L’episodio dello specchio, in Putain, lo spiega chiaramente: «[…] io voglio guardarmi solo per brevi occhiate, solo di traverso, il trucco del resto è stato inventato per questo, per riposarsi dalla verità, e ogni volta che vado in bagno devo svitare le lampadine a una a una fino a quando ne resta soltanto una»[3] per non vedere un viso “irriconoscibile”, ma riconoscerlo sfigurato, in ombra per non vedersi veramente. Lo choc di Nelly è muovere contro se stessa la forza corrosiva del suo sguardo e vedere la propria immagine autoimposta -nascosta da «ciò che riposa la verità»- distrutta. Per cui il bisogno di autenticità diventa insopportabile, perché insopportabile è la verità che potrebbe spuntare. 

La finzione che nasconde la verità deve illudere lo sguardo della protagonista in modo da eliminare una possibilità che si presuppone inaccettabile, perché «non basta ignorare l’orrore per proteggersene, bisogna anche farla finita con ciò che gli sta intorno, […] bisogna circoscriverlo e non parlarne» (P,102). Paradossalmente l’attesa di fronte allo specchio è per un riflesso che deve indicare esattamente la finzione, l’alterità di un’immagine che si palesa come unica verità da accettare. Per cui il “problema d’apparizione” non è un problema che serve a definire l’identità, anzi serve ad esorcizzare, con il dominio della finzione, l’unica figura data come autentica: quella della madre-larva.

Ecco perché lo sguardo in Nelly Arcan è “chirurgico”. La scrittrice taglia e ricuce pezzo dopo pezzo la sua identità con un bisturi che scortica e rimuove continuamente la pelle per vedere cosa c’è sotto, oltre un «cratere più profondo della delusione» e rispondere finalmente alla domanda: «Fra la pelle e le ossa si stende a volte la distanza di un deserto. Allora, lo scorticato guarda il suo scheletro e dice: questo chi è?»[4]

Giorgia Zoino, per MIfacciodiCultura

[1] Nelly Arcan, Burqua de chair, préface de Nancy Huston, Arcan, philosophe, Éditions du Seuil, octobre 2011, (p. 12).

[2] Nelly Arcan,   Burqua de chair préface de Nancy Huston, Arcan, philosophe, Éditions du Seuil, octobre 2011, (cit., p.11).

[3] Nelly Arcan, Puttana, Gremese, 2014, p. 126

[4] Bernard Noël, Estratti del corpo, III, p.105

 

 

 

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