William Golding: il Signore delle Mosche, cantore del Male assoluto

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William Golding
William Golding

Joseph Conrad disse: «L’idea di una fonte sovrannaturale del male non è necessaria, gli uomini da soli sono capaci di ogni nequizia». Sulla scorta di questa opinione, appare ben ragionevole che lo stesso Conrad, in Cuore di Tenebra, affermi che non vale la pena di darsi all’esplorazione di terre e continenti sconosciuti, ché tanto ogni viaggio è un viaggio nel cuore dell’uomo, e perciò la destinazione è sempre la stessa. Allo stesso modo deve aver altresì ragionato Sir William Gerald Golding (Newquay, 19 settembre 1911 – Perranarworthal, 19 giugno 1993), scrittore britannico insignito del premio Nobel nel 1983, dopo una carriera letteraria volta in sostanza a determinare la natura fondamentalmente malvagia dell’uomo. È un dettaglio in fondo trascurabile che l’opera principale di Golding sia stata anche il lavoro d’esordio, quel Signore delle Mosche dall’imperituro successo mondiale e dai contenuti universali.

Per una volta, non abbiamo a che fare con un personaggio poliedrico: William Golding si laurea in scienze naturali, studia letteratura e filosofia, inizia ad insegnare e nel 1952 a scrivere un romanzo che inizialmente viene rifiutato dagli editori, dal titolo di Strangers from Within. Due anni più tardi il libro viene pubblicato con un nuovo titolo, The Lord of the Flies appunto, e da lì inizia la scalata verso un successo che lo porterà nel 1962 ad occuparsi soltanto di letteratura (e di conferenze nei più prestigiosi college) fino a ricevere una laurea ad honorem e, appunto, il Nobel.

Fa riflettere la motivazione dell’Accademia Reale svedese, che parla della capacità di Golding di descrivere la condizione umana nel mondo contemporaneo. Non possiamo che essere d’accordo, a patto di elidere l’aggettivo: Golding infatti descrive un archetipo, una costante universale come la legge di gravità, e di gravità nella sua opera, soprattutto nel Signore delle Mosche, ce n’è a bizzeffe, soprattutto perché in fondo si tratta di un romanzo a tesi. E la tesi è in fondo semplice: civiltà, tolleranza, reciprocità, solidarietà sono solo una patina, come l’ossidazione dell’argento; tolta la patina, per un motivo qualsiasi, però, non troviamo metallo prezioso bensì ottusa e feroce violenza.

lord-of-the-flies-1Golding si erge nella letteratura universale come antitesi virtuale (e presumiamo non programmatica) di Jean-Jacques Rousseau: fondamentalmente, l’uomo è cattivo e stupido. Ripetiamo, al di là dell’opera meravigliosa di Golding che accompagna i nostri sogni incubosi di distopie, come potremmo non essere d’accordo? Basta aprire un social e leggere di adolescenti che stuprano bambine, seviziano cani, martirizzano gatti, rapinano per gioco, spacciano per convenienza: statisticamente vengono alla luce meno del 10% dei delitti commessi (per tacer del fatto che meno del 10% di quelli commessi vengono puniti), ed ecco che abbiamo il mondo di Golding. Non parleremo qui del mondo di Ray Bradbury e della sua agghiacciante visione dell’infanzia, forse ispirato da Golding e forse no (scommettiamo?); citeremo solo il leggiadro Suite Francese della Nemirovskij, che presenta una bimba talmente colpita dalla bellezza di una coccinella che subito desidera ucciderla: ma soprattutto è un’immagine da Lord of The Flies la scena della morte di Philippe per mano dei ragazzi dell’Istituto che stava accompagnando al sicuro. Certo, sull’isola di Golding i ragazzi sono soli (e l’assenza della figura adulta fa parte della tesi sulla regressione di Golding), ma sostanzialmente ciò che conta è che nel momento in cui la “natura umana” capisce di poter commettere un delitto in maniera impunibile la parte belluina dell’Homo Sapiens prende il sopravvento.

signoredellemosche-1Prendiamo a riferimento il Signore delle Mosche (anche nelle versioni cinematografiche, due – 1963 e 1990 – delle quali preferire la prima senza dubbio), ma è l’intera opera di Golding a puntare nella medesima direzione-tesi: gli istinti animaleschi prevalgono sull’intelligenza (come dubitarne? #3): anche in una condizione arcadica, di assenza di malattie, di fame, di freddo o di reali pericoli, la violenza prende il sopravvento; oltretutto, sotto i nostri occhi di lettori-spettatori si mostra come in un esperimento socio-antropologico (non a caso Golding scriverà poi dei Riti di Passaggio) la nascita dei totalitarismi, e la loro prevista e prevedibile fine, e soprattutto dell’uso strumentale che i dittatori (Jack, nel SDM) fanno delle paure residue e ancestrali – la Bestia, mai vista né vedibile, che Jack sfrutta per consolidare il suo potere).

L’uomo di Lutero come contenitore di dannazione sintetizza bene la visione di Golding (che era profondamente religioso), che non lascia alcuna speranza di riscatto al di là della propria visione di Dio: L’uomo produce il male come le api producono il miele, ebbe a dire William Golding.

Come non essere d’accordo?, #4.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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