#1B1W – “Veloce come la notte”, il minimalismo metropolitano di Jonathan Ames

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Probabilmente, non tutti sanno che A Beautiful Day – You Were Never Really Here (2017), l’ultimo film della regista britannica Lynne Ramsay – la pellicola, tra l’altro, ha avuto il plauso della critica al Festival di Cannes dello scorso anno, complice la magistrale interpretazione di Joaquin Phoenix – è tratto da un racconto di Jonathan Ames, scrittore statunitense che per il suo stile crudo e la sua prosa minimalista, ricorda il buon vecchio Charles Bukowski. Ma per approfondire meglio la figura dell’autore newyorchese, bisogna partire dalla sua genesi letteraria:

Joaquin Phoenix in You Were Never Here

Veloce come la notte (1989), uno strepitoso romanzo d’esordio che tiene sempre il lettore vigile e curioso, un libro sperimentale apprezzato niente di meno che da Philip Roth.

Jonathan Ames ci trascina nella New York degli anni ’80, ci porta a spasso tra prostitute, barboni, omosessuali, ebrei, e racconta con onestà, a tratti piccole dosi di dolcezza, un gigantesco agglomerato metropolitano che trasforma ogni infima debolezza umana nella più pulsante e più drammatica esperienza quotidiana.

Mi piace una puttana sul Lower East Side che si chiama Goldie per via dei denti d’oro, ed è veramente dolce. È un donnone nero con due grosse tette e l’ho vista per la prima volta qualche notte fa perché non riuscivo a dormire per il caldo.

Il protagonista, nelle prime righe del romanzo, si presenta così, senza troppi fronzoli. Alexander Vine fa il portiere in uno degli alberghi più lussuosi della Grande Mela e trascorre le sue serate come una sorta di predatore sessuale; va a letto con donne, uomini, e all’occorrenza, la sua anima si perde in facili digressioni, in tormentate lotte interiori: dal rapporto non proprio idilliaco con i genitori ai ricordi d’infanzia più vividi, dalla frequentazione con Joy ai dialoghi esilaranti con i senzatetto, dalla paura di aver contratto l’AIDS alla frenetica voglia di autodistruzione.

Ognuna prima o poi finisce per raccontarmi un’orrifica storia di stupro o di violenza o d’incesto o d’aborto o di tentato suicidio (Joy è l’unica fra quelle che ho conosciuto che abbia avuto un problema con la spirale), e mi domando, che cosa diavolo succede nel mondo?

Crudele e intelligente, grottesco e sguaiato. Ames setaccia territori al limite della follia, tocca la verità di una città tanto bella quanto difficile. Già, perché la New York in cui Alexander si imbatte, non lascia tracce, ma solo lamenti, torpori, che inghiottono, senza scampo, homeless, emarginati di ogni genere che non hanno voce né possibilità di far valere le proprie vite. Veloce come la notte è l’autobiografia di un uomo sconfitto, un racconto onesto, accurato, un viaggio negli abissi senza ritorno, senza un obiettivo concreto. Lo stile è secco, immediato, sembra quasi che il narratore voglia invitarci a perlustrare le nostre zone d’ombra, a percorrere la strada che conduce a una follia per certi versi liberatoria; la prosa fresca permette al lettore di percepire ogni singolo orgasmo, ogni singolo verme umano, impantanato nell’inferno del reale.

Se volete imbattervi in uno spaccato di vita sanguinante, allora siete nel posto giusto. Con questo romanzo, Jonathan Ames si sveste della patina di perbenismo che spesso ci contraddistingue e ci invita a capire, ma soprattutto a capirci, a raccontarci, a non distogliere lo sguardo dagli affanni della quotidianità.

Luigi Affabile per MIfacciodiCultura

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