Blaise Pascal: quel matematico che ha scommesso sull’esistenza di Dio

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Blaise Pascal (Clermont-Ferrand, 19 giugno 1623 – Parigi, 19 agosto 1662) è stato un pensatore poliedrico, le cui riflessioni spaziano dalla matematica e fisica, discipline nelle quali ha contribuito attivamente con scoperte ed invenzioni, sino alla filosofia e teologia, dove pure troviamo considerazioni interessanti.

Blaise Pascal: quel matematico che ha scommesso sull'esistenza di Dio
Pascalina

In ambito matematico possiamo ricordare il Triangolo di Pascal, in Italia conosciuto con il nome di Triangolo di Tartaglia, pensato per poter calcolare facilmente i coefficienti binomiali, ed anche il Teorema di Pascal, ovvero uno dei teoremi fondamentali della teoria delle coniche. Un apporto importante è stato dato da Pascal anche nell’idrodinamica e nell’idrostatica, ambiti nei quali non solo procede a chiarificare concetti come quello di pressione e di vuoto (in particolare riguardo ad esso, riuscendo a dimostrarne l’esistenza, fa degli enormi passi avanti rispetto alla fisica antica, ), ma propone anche delle vere e proprie invenzioni, quali la pressa idraulica e la siringa. Un’altra invenzione che vale la pena ricordare, in quanto fa guadagnare a Pascal il titolo di “precursore dell’informatica” è la Pascalina, cioè un calcolatore meccanico in grado di fare addizioni e sottrazioni.

Anche solo limitandosi all’ambito propriamente scientifico, risulta evidente la genialità di questo pensatore, la cui mente sembra non saziarsi mai e va alla continua ricerca di nuovi stimoli e di nuovi ambienti da esplorare (e in cui creare!). Ma questo non è ancora tutto. Le sue ricerche matematico-fisiche sono infatti soltanto una minima parte della produzione di Pascal che, come anticipato, si allarga toccando persino le vette della metafisica.

Delle speculazioni filosofico-teologiche di Pascal ci sono pervenuti soltanto dei frammenti, chiamati Pensieri, che, forse per la sua morte prematura a soli trentanove anni, non sono mai confluiti in un’opera unitaria, che secondo alcuni studiosi sarebbe dovuta essere un’Apologia del Cristianesimo, testo che avrebbe portato ogni suo lettore ad ammettere la propria fede o, in caso contrario, a scoprirsi folle.

La riflessione filosofica di questo autore muove dall’analisi dell’animo umano, che è non soltanto il punto di partenza delle ricerche di Pascal, ma anche il punto d’arrivo. L’uomo è sempre considerato in rapporto con il divino, che rappresenta l’unico vero appiglio che egli possiede, o meglio, che può scegliere di possedere. L’essere umano è infatti caratterizzato da una condizione di precarietà, che lo incatena e lo costringe a barcamenarsi tra un polo e l’altro della sua esistenza: tra il volere e l’avere, tra il desiderare e l’ottenere, tra la possibilità e l’azione, tra la carne e lo spirito. L’uomo così è posto in una posizione di medietà tra l’infinitamente grande, ovvero il divino, e l’infinitamente piccolo, cioè il nulla.

Stanco di studiare l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, lo scienziato si mise a contemplare l’infinitamente medio.

Questa condizione crea una frattura incolmabile nell’animo umano, diviso tra l’infinita grandezza e la miserabilità della condizione umana,  che lo trascina verso l’infinita piccolezza. In questo senso, l’uomo di Pascal è profondamente moderno, perché egli ci mostra un uomo diviso, angosciato dal ravvisare in se stesso contraddizioni insanabili: è un uomo che sa, ma che non può aspirare all’onniscenza. È un uomo che può, ma che non può tutto, che non è dotato dell’intuizione intellettuale, che non può creare nel senso divino del termine, che non può, soltanto appigliandosi alla propria volontà, cambiare il corso della realtà. Però, a differenza degli altri esseri viventi, l’uomo può comprendere la sua condizione, anche se solo in parte, nella misura in cui il suo intelletto è limitato. L’uomo, che con il solo supporto del suo intelletto non può arrivare da nessuna parte, finisce per vivere nell’errore e nella parvenza. Ecco perché gli esseri umani hanno bisogno di Dio e della fede: soltanto con questo supporto superiore ci si può dare un fine e si può trascendere dalla dimensione terrena di mera apparenza. Chi vive senza Dio è destinato a rimanere avviluppato nella materialità, che non potrà mai riempire quel vuoto infinito che la mancanza di Dio lascia nel cuore:

 Bisogna che la ragione si appoggi alle conoscenze del cuore e dell’istinto… È il cuore che sente Dio, non la ragione. Ecco cos’è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione.

Ma qual è la ricetta per avere quella fede che permette all’uomo di saziare il suo animo e di vivere illuminato da un fine ultimo? Non esiste ricetta. Pascal propone una scommessa, la scommessa più importante di tutte, quella che cambia la vita.

Credere in Dio è la scommessa stessa.

Non esistono teoremi per poterne dimostrare l’esistenza, bisogna semplicemente decidere se affidarsi o meno, se perdere o vincere “tutto”: se si scommette sulla non esistenza di Dio non solo non si vince niente, ma si perde tutto, ovvero si perde la possibilità del bene infinito. Se invece si scommette sulla Sua esistenza, allora il premio sarà la beatitudine eterna.

Resta quindi solo una possibilità all’uomo: scommettere.

Francesca De Fanis per MIfacciodiCultura

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