Artemisia Gentileschi, grande tra i grandi del Seicento

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Susanna e i vecchioni, 1622

Artemisia Gentileschi (Roma, 8 luglio 1593 – Napoli, 31 gennaio 1654) artista ed interprete del suo tempo, a pieno titolo grande fra i grandi del Seicento, soprattutto per il suo esser donna che per quel tempo non era assolutamente scontato. Il padre Orazio le insegnò l’arte della pittura, a ritrarre dal vero con estrema naturalezza ma anche a costruire l’impasto ed il colore. Si vanterà di aver trasformato la figlia in un’esperta pittrice in soli tre anni d’apprendistato  presso la bottega di famiglia.

Artemisia nasce con il Seicento, un secolo di trasformazione per Roma, la città in cui i Gentileschi si sono trasferiti da Firenze. I papi erano i grandi committenti di una città che doveva cambiare pelle, doveva innalzare i monumenti più belli, trasformarsi in un’urbe di marmo per mostrare fiera la sua vittoria contro le lotte protestanti. Per sopravvivere come artista, nel Seicento, bisognava essere al servizio della Chiesa della Controriforma.

L’Inclinazione, 1615-16

Artemisia invece è un’artista che con coraggio e tenacia rivendica la propria personalità nonostante la violenza subita da un amico di famiglia e l’annessa tortura a cui si sottopose durante il processo per dimostrare la propria innocenza. È proprio durante questo anno di burrascosi eventi che realizza i suoi dipinti più belli. Non si limita a realizzare ritratti e nature morte, come la committenza e l’arte del tempo avrebbe voluto per lei, perché più adeguati ad un’artista donna, ma esplora la storia, il tema del sacro e il nudo. Le sue Susanna, Lucrezia, Cleopatra, Danae, eroine dei suoi dipinti dalle storie forti, ci raccontano ognuna un pezzo di Artemisia stessa.

Padrona come nessun’altra della rappresentazione del corpo femminile, fu questa la sua peculiarità indiscussa. Probabilmente si esercitò studiando attentamente il proprio corpo nudo allo specchio, dipingendo la propria immagine riflessa, fino ad arrivare ad una rappresentazione tra le più naturali e veritiere dell’arte. I suoi dipinti di nudi femminili conquisteranno il pubblico. Non stupisce che Michelangelo Buonarroti il giovane, nipote del maestro delle arti, diventerà il suo mecenate commissionandole l‘Inclinazione (1615-16), un nudo di fanciulla che tra le nuvole sorregge una bussola, illuminata da una stella. Allegoria questa, di tutte le inclinazioni artistiche del divino Buonarroti ma anche delle sue. E non dobbiamo stupirci neanche del fatto che sarà la prima donna ad essere ammessa all’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze, arrivando a diventare proprietaria di una bottega a Napoli.

Danae, 1612

A Firenze nutrì il suo stile pittorico con una tavolozza più accesa e degli effetti decorativi più teatrali. Distaccandosi dalla bottega del padre assunse un linguaggio indipendente e ben riconoscibile, espressione del proprio temperamento. Le sue protagoniste si fanno più espressive, più coinvolte nell’evento narrato, con una maggiore attenzione ai dettagli.

Artemisia è una donna che in un mondo fatto di uomini fu in grado di tessere rapporti solidi, da semplice pittrice, con le personalità più illustri del mondo culturale, da Cosimo II de’Medici a Galileo Galilei, spostandosi nelle corti di Londra, Venezia e Napoli dove morì. Non era più la Gentileschi impaurita ed inesperta di un tempo, ma una pittrice determinata ad affermarsi. Il suo stile pittorico è sinonimo di energia, di drammatica espressività, di colore acceso e forte chiaroscuro. La sua personalità emblema della lotta per l’affermazione, nonostante tutte le difficoltà.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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