La rivelazione di Eugenio Montale nel “Non chiederci la parola”

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Leggendo e studiando poesia si è portati ad andare alla ricerca delle parole chiave di chi dell’arte della parola ha fatto la propria vita, allargando così i propri orizzonti di lettura. Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981) è uno dei custodi di questo segreto, un grande classico della storia della poesia italiana. Il poeta apre la raccolta Ossi di seppia (1925) con la sua dichiarazione di poetica: Non chiederci la parola. Questo componimento definisce la cosiddetta “teologia negativa” di Montale con una rivelazione, che consideriamo la parola chiave del testo: non ha certezze da comunicare. Proprio nel riportare questa verità sofferta e scomoda si spiega la negatività della sua affermazione, il fatto di non avere un punto fermo. Tuttavia, con queste parole il poeta non si riferisce ad un relativismo assoluto, bensì specialmente al tempo storico che sta vivendo, in cui la cultura ufficiale fascista sta inondando tutta l’Italia con un ottimismo rovinoso. Montale infatti, sin dall’inizio della sua produzione, critica il mito progressista della società.

Eugenio Montale
Ossi di seppia, Gobetti, Torino 1925,

La rivelazione del poeta trova il suo perché nella consapevolezza di non essere quell’uomo che se ne va sicuro: questa è l’immagine del non-io montaliano che, al contrario di Montale stesso che è pervaso dalle ombre della vita, non si pone alcun dubbio, alcun problema sul mondo e su se stesso. Semplicemente procede nella sua esistenza con leggerezza. Nella sfera letteraria ciò può essere rapportato con le figure di Esterina e di Augusta. La prima è un altro personaggio montaliano che conosce la felicità proprio nella mancanza del male di vivere, è una ventenne che sprigiona l’energia di una giovinezza che sembra non avere fine tuffandosi nel mare, come viene descritto nel Falsetto. La seconda donna è la moglie di Zeno, nell’opera La coscienza di Zeno di Italo Svevo: anche lei una donna che se ne va sicura nella sua ordinaria quotidianità, senza dubitare mai della vita eterna beata cui tende. Così lo stato di felicità non sembra essere destinato a tutti, o meglio, non sembra essere destinato a tutti nello stesso modo: Montale al momento si chiude nell’impossibilità di positività, ma crede che questo per lui sia un segno distintivo del suo essere intellettuale e superiore ad una certa massa.

Eugenio Montale non ci chiede la parola, non ci chiede la poesia che dia il senso assoluto e l’ordine del nostro animo, che è informe in quanto insolubile e fragile. Montale non ci chiede la formula che sveli la prospettiva della nostra vita. Ancora una volta, quello che vuole dirci sta nella negazione: ci rivela solo quello che non siamo, quello che non vogliamo. Anzi, ci rivela che questa è la chiave della comprensione della realtà. Per l’uomo risulta impossibile mostrare una parola che squadri, dichiari e risplenda, in quanto ciò di cui dispone è solo qualche storta sillaba e secca come un ramo. Così l’uomo balbetta senza rendersene conto ed esprime il disagio della contemporaneità che tanto accanisce il poeta. Nonostante questa malinconia, la disperazione di Montale non è da assolutizzare sempre in riferimento al fatto che tale testo poetico ha forti connotati etici e politici che non possono essere ignorati.

Eugenio MontaleNella prima fase della sua produzione poetica, Montale affermò che «l’arte sia la forma di vita di chi veramente non vive, un compenso o un surrogato». Ma aggiunse anche che «un poeta non deve rinunciare alla vita. È la vita che s’incarica di sfuggirgli». Queste parole mettono in luce un altro aspetto della rivelazione montaliana: la “campana di vetro” che il poeta percepisce attorno a sé è solo un lato di quello che effettivamente prova e vive, perché poi c’è l’immaginazione che costituisce l’altra faccia della medaglia e della poesia.

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato. 

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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