John Keats: il poeta camaleontico

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John Keats: il poeta camaleonticoPortato recentemente al cinema da Ben Whishaw nel bellissimo e toccante Bright Star (2009), John Keats (Londra, 31 ottobre 1795 – Roma, 23 febbraio 1821) è uno dei più importanti e apprezzati esponenti della poesia romantica inglese. Nel suo macrotesto si possono rilevare isotopie ricorrenti: l’interesse per l’arte, per il Medioevo (mediato dal magistero del poeta elisabettiano Edmund Spenser) e il richiamo al mondo classico. Da un punto di vista poetico, la caratteristica fondamentale dell’opera di Keats è rappresentata dalla cosiddetta capacità negativa: il poeta deve essere in grado di vivere in un mondo dominato dall’incertezza e dall’ambiguità (qual era certamente l’Europa in cui l’autore si trova a vivere, tra la Rivoluzione francese, Napoleone e la Restaurazione) e lo scrittore deve farsi camaleonte, cioè riflettere le alterne vicende e i casi della vita (Wu 2005: 1351).

Si può rilevare un significativo esempio di capacità negativa nella bellissima La Belle Dame Sans Merci (1819) il cui ipotesto è la poesia dello stesso titolo di Alain Chenier (sec. xv). Il medievalismo keatsiano è di matrice spenseriana, a cui si assomma l’incertezza epistemologica. Il cavaliere, definito sin dai versi iniziali «solo e che vaga pallido», ha incontrato veramente la magica Dama senza Pietà oppure si tratta soltanto di un frutto della sua immaginazione? La figura centrale è quella femminile, languida, seducente, simile a Circe, ma non sappiamo se sia realmente esistente o frutto della fantasia del cavaliere.

una-sequenza-di-bright-star-presentato-in-concorso-a-cannes-2009-113864Il già citato 1819 rappresenta l’annus mirabilis, in cui Keats compone le sue celebri Odi: quella alla Melanconia, all’Usignolo e all’Urna greca. Nella prima il poeta si confronta con uno dei temi più cari della medicina e della letteratura, la natura della melanconia. Nei versi iniziali il poeta sintetizza che non è possibile superare la melanconia attraverso l’oblio (la menzione del Lete) o il suicidio (l’allusione all’aconito, pianta velenosa), ma essa, come tutti gli stati della vita, deve essere accettata e non vinta in nessun modo (Vendler 1983: 20, 66).

Con l’Ode all’urna greca la critica ha voluto vedere in Keats un precursore dell’Estetismo. La contemplazione dell’urna eponima spinge l’autore a osservarne le storie su di essa rappresentate: siamo di fronte a un esempio romantico di ekphrasis, la descrizione verbale di un’opera d’arte, in cui si concentrano anche riflessioni mediate dai sonetti shakespeariani. Grazie all’arte le vicende rappresentate sull’urna continueranno a sussistere in eterno, anche dopo la morte della mano che le ha realizzate (Bennett 1994: 128-134).

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John Keats

Nell’Ode all’usignolo il poeta si confronta con la sua fragilità e con l’imminenza della morte. Egli vorrebbe fuggire dal mondo attraverso un bicchiere di vino, ma ciò non è possibile; l’Io lirico individua una via nel canto dell’usignolo, che spero lo porti in «magiche terre dimenticate». Purtroppo anche questa strada non garantisce successo e la voce narrante si confronta con la miseria e la fragilità del mondo (O’Rourke 1998: 4-7). Mi soffermo brevemente su quest’ode in quanto il canto dell’uccellino assurge a metafora dell’intera tradizione poetica inglese nel romanzo di Ackroyd (1992), English Music.

Stroncato dalla tubercolosi, Keats muore appena ad appena 25 anni. Rispetto ai suoi contemporanei Shelley e Byron, egli non aveva la tempra di combattere per i diritti delle minoranze, ma ci ha lasciato una bellissima testimonianza poetica della fragilità e della ricerca del bello. Un’esistenza dura ben riassunta dall’epitaffio «Qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua».

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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