I Grandi Classici – “Il Lupo della Steppa”: le moltitudini autoreferenziali di Hesse

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IL Lupo della Steppa. Se la realtà contingente avesse relegato valori quali la pace, amore per la musica classica, la filosofia in un angolo buio e privo di importanza, potremmo ancora essere ottimisti. Ma il fatto è che questa realtà Ferragnezizzata non riconosce più nemmeno a tali istanze la natura di valore.

Non desta stupore, quindi, che Harry Haller non riesca a trovare il suo posto in campo, che patisca l’isolamento ed il mancato riconoscimento (il problema è quasi sempre il mancato riconoscimento), tanto da reagire con l‘isolamento volontario – in maniera contraddittoria, certo, ma Harry Haller è vasto, contiene moltitudini, come già diceva lo zio Walt: perché Harry Haller è Il Lupo della Steppa, il protagonista del romanzo di Hermann Hesse.

«La coerenza è l’ossessione delle piccole menti», diceva Ralph Waldo Emerson: un problema che non fa parte nel novero delle questioni primarie per Hesse, che anche qui come in Siddartha dice, per bocca del suo alter ego, tutto ed il suo contrario fin dalla descrizione fisica del personaggio. Claudio Magris scrisse, a proposito del romanzo, «Come Siddartha, anche Harry capisce che l’individualità è un’astrazione, destinata a dissolversi nel flusso del divenire»: ancora più che in Siddartha, nel Lupo della Steppa Hesse imbastisce un gioco di specchi, tra l’uso di un nome assonante rispetto al suo per il protagonista (e con le stesse iniziali H.H.), ed introduce addirittura un personaggio-simil-antagonista a cui dà sembianze femminili, ovverosia Erminia, anche qui giocando col nome proprio.

Tra il solito escamotage del manoscritto ritrovato (l’inizio del romanzo è una Prefazione del curatore) ed una conclusiva nota dell’autore che non resiste alla tentazione di mettere in risalto il valore letterario del suo lavoro (al netto delle manifestazione di una modestia di maniera), si dipana dunque la storia di Harry Haller: storia in cui si fa fatica ad individuare una vera e propria trama, basata sul manoscritto autobiografico abbandonato da Heller nella sua stanza al momento della sua scomparsa. Il punto nodale è la duplicità della natura del protagonista, per il quale i limiti dell’universo coincidono con se stesso, per dirla con Schopenhauer: uomo civilizzato, colto e sociale da un lato, che ama arte e pensiero; la ricerca dei piaceri e delle soddisfazioni più istintive e selvagge, unite alla tensione alla solitudine, dall’altra. L’irrisolvibilità del conflitto porta Haller al limite del suicidio.

Difficilmente si potrebbe pensare ad una dicotomia più stereotipata di questa umanità di elevato sentire contrapposta alla bestialità ferina rappresentata dal Lupo: ma tant’è, Haller è Hesse e quindi l’Umanità per antonomasia, anima eccezionale la cui eccezionalità noi dobbiamo accettare in maniera acritica né provata, proprio come accadeva con Siddartha. Qui la faccenda de Il Lupo della Steppa è ulteriormente complicata dalla presenza di Erminia, figura che rappresenta l’androgino, ulteriore alter ego, speculare però, di Hesse, che ha il compito di iniziare, anche stavolta, il protagonista ai piaceri terreni: il che dà adito a rilevare una oggettiva difficoltà all’individuazione dei temi, in aggiunta al fatto che la narrazione è fatta a scatole cinesi e le tematiche si intrecciano ed intersecano, ma in definitiva quello principale si può senz’altro dire la multiformità (il multiforme ingegno? Ad essere generosi) della natura umana e la tendenza a farsi dominare da pulsioni contrapposte – anche questa una tematica non particolarmente originale, da Stevenson in poi, quantomeno.

A questo Lupo della Steppa diamo il merito di avere tra le frecce al suo arco anche il tema del nazionalismo e del riarmo, e il clima ultra-nazionalistico, il rifiuto degli intellettuali al tendere alla pace come valore, i prodromi di un’ulteriore catastrofe umanitaria sono punti di merito del romanzo, edito nel 1927 e dal quale è stato tratto un film nel 1974, con Max Von Sydow e Dominque Sanda. Inoltre, serpeggia nel testo il desiderio, programmatico, di superare l’angoscia dell’esistenza attraverso una visione umoristica e ironica che, però, non pare essere sinceramente compresa tra le corde di Hesse.

Compresi che Haller era un genio della sofferenza e che aveva coltivato una capacità di soffrire illimitata, geniale, spaventevole. Compresi pure che il suo pessimismo non era fondato sul disprezzo del mondo, ma sul disprezzo di sé, poiché, pur parlando senza riguardi e spietatamente di istituzioni o persone, non escludeva mai se stesso, anzi era sempre il primo bersaglio delle proprie frecciate, era sempre il primo contro il quale rivolgeva il suo odio e la sua negazione.

Il tutto, come di consueto in Hesse, appare quasi totalmente enunciato, raccontato anziché fatto accadere sotto gli occhi del lettore che, se non si lascia ingannare della sentenziosità magniloquente con la quale l’autore presenta le infinite sfumature di se stesso, potrebbe trovare alquanto difficile provare simpatia spontanea per il protagonista, che viene appunto spinto ad apprezzare per imitazione, quasi secondo un principio di autorità, una spinta pubblicitaria.

Io non posso e non voglio, beninteso, prescrivere ai lettori come abbiano da intendere il mio racconto. Ne faccia ognuno ciò che risponde e serve al suo spirito! Mi piacerebbe però se molti di loro notassero che la storia del lupo della steppa rappresenta, sì, una malattia e una crisi, ma non verso la morte, non un tramonto, bensì il contrario: una guarigione.

Al contrario, Hesse appare spingere quasi con violenza per l’apprezzamento proprio e delle sue opere: ma tale è la brama, che dipinge il suo alter ego come un personaggio non tanto ricco quanto ambiguo, un individuo che ha patito le proprie prese di posizione, vuole apparire rivoluzionario ma è comunque estraneo alla politica: una sorta, alla fine del ritratto, di scrutatore non votante di Samuele Bersani.

Questa fantasmaticità spacciata per grandezza d’animo non ispira né ammirazione né simpatia: ma al contrario, dobbiamo rilevare che intere generazioni hanno trovato in Hesse e nei suoi personaggi autoreferenziali, propriocentrici, conforto ed ispirazione: il che non è precisamente un pensiero confortante nei confronti della natura umana, evidentemente in larga misura alla costante ricerca della conferma che il proprio ombelico è l’ombelico del mondo.

Vieri Peroncini per MifaccodiCultura

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