David Foster Wallace e il pendolo tra omologazione, consapevolezza e solitudine

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David Foster Wallace

Il grande ed amato scrittore statunitense David Foster Wallace, nato il 22 febbraio 1962 a Ithaca, a 400 km da New York, oggi avrebbe 56 anni. Ma la sua vita si è conclusa in un garage di Clearemont il 12 settembre 2008, quando lo scrittore stesso ha deciso di interromperla, rendendo pubblici e palesi i suoi eterni problemi di dipendenza da droghe e la sua depressione.

David Foster Wallace non è uno scrittore che si inquadra facilmente in un contesto specifico, né si annovera tra le fila di una categoria letteraria o di una corrente artistica ben precisa: se in prima approssimazione, i suoi racconti profumano di scenari distopici che lo affiancherebbero ad artisti come George Orwell, un’analisi più attenta evidenzia come la trattazione degli eventi non avvenga neanche secondo i canoni di un romanzo distopico classico. La sua prosa è densa dei grandi temi e riflessioni filosofiche, ma contrariamente a un astratto trattato filosofico, la speculazione prende corpo nella vita semplice e nella quotidianità di ogni essere umano immerso negli stessi problemi con i quali ciascun lettore si è scontrato o ancora combatte: la dipendenza (come concetto generale, non soltanto da determinate sostanze), la necessità di apparire per essere accettati dalla società, le difficoltà nei rapporti interpersonali, il ruolo dei media e del mondo dello spettacolo.

La sua opera più fortunata, amata e densa (concettualmente, ma anche fisicamente – conta oltre mille pagine) è sicuramente Infinite Jest, pubblicata nel 1996. Attraverso il tennis, sport amato e praticato dall’autore, vengono descritte proprio le tematiche sopra riportate racchiuse in una visione di pluralismo contemporaneo: tutti vivono vite uguali, caratterizzate dalle stesse difficoltà e dagli stessi pensieri. La sfida di una vita realmente vissuta consiste proprio nel riuscire a sviluppare un pensiero intelligente, originale e onesto sul mondo circostante, nonostante questa inevitabile omologazione.

A questo proposito risulta interessante ricordare il discorso che David Foster Wallace recitò il 21 maggio 2005 in occasione della cerimonia delle lauree al Kenyon College nel quale invita i neolaureati a riflettere sull’importanza di aver scelto le discipline umanistiche. L’autore sottolinea la veridicità del vecchio luogo comune secondo il quale gli studi umanistici non trasmettano conoscenze bensì insegnino a pensare. Ebbene, le discipline umanistiche insegnano a scegliere cosa pensare, insegnano a relativizzare le proprie esperienze per dare spazio anche a quelle degli altri. In altre parole, insegnano a creare quella coscienza critica che porta ad analizzare gli eventi non con la lente del sé, bensì con la consapevolezza di essere solo una voce – e quindi un pensiero – all’interno dell’universo di voci che compone il mondo. Interiorizzare questo modo di vedere le cose comporta dare attenzione agli altri e alle necessità altrui e non soccombere nel vortice di anonimato verso il quale la società contemporanea sembra orientarsi.

Infinite Jest

Nella sua narrativa ricca di significato e molto complessa, lo scrittore americano ha espresso il connubio dei suoi studi matematici e filosofici nonché le sue riflessioni sull’uomo e sul suo continuo oscillare tra le difficoltà di una società omologante, il desiderio di distaccarsi da essa e la paura di una inevitabile morte in solitudine.  Infatti proprio nel momento in cui si prende coscienza dell’ineluttabile solitaria fine, emerge quel sentimento di dolore al quale si reagisce e fa invertire la corsa del pendolo verso la riappropriazione  del linguaggio per ripensare se stessi come esseri in relazione e appartenenti a una società.

La scelta di una prosa complessa, oltre a essere una scelta stilistica, si pone come invito al lettore a non fermarsi sulla superficie delle cose e ad analizzare cosa si nasconde dietro i pensieri, gli atteggiamenti e gli avvenimenti apparentemente normali e routinari.

Ancora una volta la letteratura ci regala un’occasione per fermarsi e prendere una pausa di riflessione sul mondo e sui passi che sta compiendo, ma soprattutto sulla strada che l’umanità sta percorrendo.

Lisa di Iasio per MIfacciodiCultura

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