Il rapporto conflittuale tra cibo e uomo nell’epoca postmoderna

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Il rapporto conflittuale tra cibo e uomo nell’epoca postmoderna

Un atavico moto tra natura e cultura: ecco come descrivere sinteticamente l’azione del mangiare per l’uomo. A differenza degli altri animali l’homo sapiens sapiens, in quanto produttore di cultura, ha dato nelle diverse epoche storiche varie dimensioni interpretative e semantiche all’atto del cibarsi, andando oltre il mero nutrimento funzionale. Tale oscillazione perpetua tra animalità e civiltà ha portato alla creazione di veri e propri sistemi alimentari, con precise classi normative differenti per ogni comunità del mondo. Pertanto il cibo subisce l’agency di una specifica cultura e contribuisce alla sua stessa formazione, creando tradizioni culinari dall’alto valore simbolico. L’individuo, a quel punto, ha a che fare sin dalla tenera età con la potenza etica e comunicativa delle abitudini alimentari, che possono conformarsi o meno alla “grammatica” del mangiare in una determinata comunità.

E le modalità di adeguamento a “stilemi del mangiare” si estrinsecano in primis sulla corporeità, dato il rapporto originario tra corpo e cibo: l’atto dell’alimentazione rappresenta la prima occasione di acquisizione della coscienza del proprio corpo, in quanto mezzo necessario per modellarlo. Nell’umanità postmoderna, però, il cibo non costituisce più un potenziale di conoscenza del sé, ma diventa il veicolo di paranoie legate all’ossessione del sé. Con la società dei consumi e l’ascesa dei mezzi di comunicazione di massa si è assistito ad un’alienazione collettiva dal senso originario dell’alimentazione, ridotta a mera risorsa da controllare assieme a una rigida regolamentazione del corpo.

Infatti gli ultimi decenni del Novecento hanno visto l’assurgere di imperativi mediatico-sociali sull’estetica, soprattutto per quanto concerne quella femminile. Lo sport è presto diventato così non solo uno strumento per mantenere il proprio benessere, ma un baluardo della seguente equazione etico-alimentare: il magro è ricollegabile alla sfera del bene, mentre il grasso a quella del male. Da qua il concetto di “grassofobia“, che negli ultimi tempi sta girando su varie testate giornalistiche.

Ai nostri tempi infatti l’idea comune dell’obesità trascende i confini della patologia scientificamente definita, finendo nella percezione di uno stato bio-sociale personale investito da una gran quantità di pregiudizi. Tale ostilità è fomentata soprattutto dalla medicalizzazione immediata della benché minima pinguedine, riflesso di una costrizione estetica collettiva che confonde il desiderio individuale col bisogno pulsionale e la particolarità estetica con la devianza dalla normalità. Una persona grassa viene pertanto spesso discriminata e insultata, senza considerare l’origine del suo problema, a cui si può ascrivere una dieta occidentale sempre più ricca di lipidi e monosaccaridi che cozza con gli ideali di perfezione estetica che la permeano. Se a ciò aggiungiamo la crescita esponenziale nell’ultima metà del Novecento della vita sedentaria (sia nel lavoro, sia nel tempo libero), si ottiene il quadro totale del deterioramento fisico attuale dell’homo sapiens sapiens.

Eppure, risulta difficile per molti ammettere tali “colpe” collettive, preferendo emarginare gli obesi in quanto devianti dalla norma. Ma bisognerebbe partire proprio da questo punto per superare l’atteggiamento discriminatorio verso chi non è aderente agli stereotipi estetici odierni, che miete ogni giorno vittime favorendo disturbi alimentari di vario tipo (come anche anoressia e bulimia). Sarebbe necessario infatti affrontare l’obesità per i suoi esclusivi aspetti patologici a livello endocrinologico e cardiologico, evitando di colpevolizzare continuamente chi ne è soggetto. Solo tramite il rifiuto di rigidi valori comportamentali omologanti, si potrà vincere la sfida dell’accettazione del sé nelle proprie fragilità e imperfezioni: una sfida purtroppo ancora ben lontana dall’essere vinta nella società occidentale.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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