I Grandi Classici – L'”Eneide”, necessario viaggio alla recherche della pietas perduta

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Ben sappiamo che un Grande Classico che si rispetti ha tra le sua caratteristiche il crisma dell’universalità. In alcuni casi, possiamo addirittura ritrovarvi parallelismi non lontani con la cronaca e l’attualità, partendo dalla base sopra detta, ché l’animo umano non muta in poche ora o settimane ma impavido resiste fino al giorno del giudizio: non deve stupire quindi che possiamo parlare di un Grande Classico che ha come tema l’immigrazione clandestina in Italia, ad opera di un gruppo di extracomunitari pagani che vengono per un’invasione vera e propria, ovviamente perpetrata con violenze di ogni genere fino ad operare una vera e propria sostituzione etnica. Stiamo parlando, ovviamente, dell’Eneide di Publio Virgilio Marone.

Publio Virgilio Marone 70 a.C. – 19 a.C.)

L’incipit non è scherzoso: a rigor di termini, il più famoso poema epico occidentale dopo Iliade e Odissea tratta proprio di un’operazione di immigrazione clandestina tale da far vibrare di indignazione camicie verdi e fascisti assortiti, anche se va detto che il buon Enea, quantomeno, non poteva definirsi un migrante economico, dato che effettivamente scappava dalla guerra, per di più portandosi dietro la famiglia (vecchio padre Anchise compreso).

Secondo Dante, Alighieri beninteso, Virgilio era il più grande esempio di arte e sapere, e su tale convinzione ne fa la propria guida attraverso Purgatorio e Inferno, consegnandolo così ai posteri in modo più duraturo di quanto garantito dall’Eneide stessa: per quanto, va detto che in realtà, in questa Italia odifreddi-camilleriana, Virgilio è senz’altro associato come una parola senza significato proprio ad un portale web/motore di ricerca. Triste fine per un poeta che venne acclamato dagli stessi contemporanei come autore di un’opera superiore a quelle omeriche: aiutato, in questo, dalla monumentalità del lavoro poetico, 12 libri per un totale di 9.896 esametri dattilici divisi in due libri. Il primo dei quali tratta, come arcinoto, del viaggio di Enea da Troia alla penisola italica, dopo la distruzione di Ilio da parte dei greci, mentre la seconda è incentrata sulla guerra mossa dai troiani contro Latini, Rutuli, Volsci ed Etruschi. Peraltro, i troiani erano alleati di liguri, greci arcadici e altri gruppi di Etruschi, mentre alla fine della campagna vittoriosa i troiani stessi finirono per essere identificati con i Latini.

Come si vede, la vocazione italica all’alleanza di convenienza prende il tratto da molto lontano, così come quella di considerare conquista/colonizzazione, avventura e civilizzazioni i proprio movimenti guerreschi, e bieca invasione qualsiasi movimento migratorio altrui. Peraltro, non si inventa nulla, come forse abbiamo già detto a volte: nemmeno Virgilio, che infatti riprese i miti e i racconti sparsi dei viaggi di Enea, figura già ben presente nella mitologia greca e latina, e li fuse assieme traendone un appassionante e plausibile (contestualizzando) mito della Fondazione. Va detto assolutamente, infatti, che l’Eneide nasce, tra il 29 ed il 19 a.C.,  anche come sostegno culturale e politico in un momento in cui Augusto stava tentando di riportare la società romana verso i primigeni valori morali di Roma, dopo la caduta della Repubblica ed un intenso periodo di guerra civile.

Dante e Virgilio nel girone dei violenti

Dal che derivano i temi principali di quest’opera da cui discende buona parte della narrativa mondiale: come si è detto, il tema del viaggio è fondamentale nella prima parte dell’opera; poi, prendono piede quelli della devozione filiale, della lealtà, del coraggio, dell’amicizia. Per quest’ultimo tema, è emblematico l’episodio che vede protagoniste le figure indelebili di Eurialo e Niso, la coppia Achille-Patroclo in versione virgiliana. Ma va detto che, per quanto maggiormente centrate sulla figura del perdente che non del vincitore, Virgilio mutua da Omero la tendenza alla narrazione per episodi-personaggi, e nell’Eneide tratteggia figure eroiche per antonomasia: tra queste, la regina Didone, mentre ancora per dualità (che contraddistingue per contrasto – altro tema – tutta l’opera) vediamo un chiaro parallelo tra Achille/Ettore ed Enea/Turno.

Sopra a tutti, la pietas: quel macro-tema che permea l’intera opera, difficilmente definibile in maniera sintetica, ma che possiamo azzardarci a definire come il sentimento principale di ogni vero cives romanus, sentimento sia esso reale o idealizzato, che consiste tra le altre cose nel rispetto inflessibile di tutta una serie di obblighi morali ed etici, verso la famiglia e gli antenati, verso gli dei e lo Stato.

eneide
Antica edizione dell’Eneide

Quello che rende anacronistica l’Eneide è il fatto che attraverso la pietas il cittadino doveva giungere anche ad un’accettazione del destino inteso come Fato; ciò che ce la fa apparire nostalgicamente fantascientifica invece è la nostra epoca s-pietata, senza pietas alcuna. Enea si commuove per aver ucciso Lauso, figlio di Mezenzio, il quale per la disperazione praticamente si offre alla spada di Enea, trovando la morte: sentimenti e azioni, delle quali oggi stentiamo a trovare la ratio e la consequenzialità, ché la nostra pietas 3.0 troverebbe esplicitazione pornografica su Twitter, in accorati post sui social e in brillanti interviste della sparaflashata D’Urso di turno, commozione un tanto al litro inclusa. Ecco perché, al netto del discorso poetico che trascuriamo del tutto (non abbiamo modo di discutere qui della bellezza dell’esametro virgiliano, né del valore poetico di un verso latino tradotto in maniera non valutabile), questo Grande Classico è anche un accorato invito alla lettura dell’Eneide: perché con l’istruzione breve-brevissima in mano agli Unni, la politica in mano ai tecno-econo-razzisti e la cultura in mano agli avanzi di segreteria, la sola speranza di fronteggiare l’avanzata delle distopie apocalittiche è nella riscoperta della classicità, con tutto ciò che porta con sé in termini di pietas e humanitas.

In questo preciso momento, peraltro, l’Eneide è anche facile da reperire, la trovate tra giornali e dvd, pallida in mezzo alle glietterate promozioni delle cultura usa-e-getta: la riscoperta del senso morale a soli 0,08 centesimi ad esametro – praticamente un’occasione irripetibile.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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