Ted Hughes e Sylvia Plath: quando il silenzio induce alla confessione

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«Le particolari condizioni del nostro matrimonio, il matrimonio di due persone come noi, così clamorosamente sottomesse ad abissali anormalità psichiche, significa che ci siamo entrambi ridotti a vivere in uno stato in cui le nostre azioni e il nostro normale stato mentale era la follia». Scrive il poeta inglese Ted Hughes in una lettera del 15 marzo 1963 indirizzata ad Aurelia Schober, madre di  sua moglie Sylvia Plath, un mese dopo il suo suicidio di quest’ultima.

La lettera continua così: «Pensa com’è per me, ora. Eravamo totalmente ciechi, eravamo entrambi disperati stupidi orgogliosi – e l’orgoglio ci ha resi obliqui, soprattutto lei». Da come si evince, il rapporto tra Sylvia Plath e Ted Hughes, poeta laureato nel 1984, lo si può immaginare come un parto, doloroso ma necessario, intenso e vitale. Lo si può constatare dagli 88 componimenti che Ted Hughes ha pubblicato il 29 gennaio 1998, dopo trentacinque anni dalla morte di Sylvia, le Birthday Letters.

Le “lettere” suonano come un dialogo con l’aldilà per tenere stretto ancora una volta il laccio che legava Ted a Sylvia. La punizione, il peso, la condanna hanno il sapore della confessione. Per cui le lettere diventano un simulacro mistico in cui il bisogno della verità si intreccia col lutto, col dialogo, col perdono. Ad esempio Michel Foucault, in Storia della sessualità 1 scriveva: «ci si sforza di dire con la massima precisione quel che è più difficile dire». [1] La confessione, specialmente in questo caso, prende forza dall’autobiografismo delle lettere che ripercorrono non solo i percorsi memoriali, nel lutto e nell’assenza.

L’aveu è l’esigenza inespressa di rintracciare l’errore e preservarlo, come cimelio di una segreta verità che persiste: «L’obbligo della confessione […] non lo percepiamo più come l’effetto di un potere che ci costringe; ci sembra al contrario che la verità, nel più segreto di noi stessi, non “chieda” che di farsi luce». [2]

Ted Hughes

Sembra che Ted Hughes abbia sostenuto per tutta la vita la condanna di essere stato additato quale colpevole della morte della moglie. La relazione tra i due certamente è stata tumultuosa, violenta, con picchi di felicità estrema, ma altrettante cadute che implicavano l’annichilimento e la follia in entrambi. Inoltre tra Sylvia e Ted c’era un’altra donna, morta suicida anch’ella nel 1969: Assia Gutman. Da questo si constata che il loro matrimonio, però, si è mosso nel solco di un duplice abbandono. Tuttavia è necessario premettere che Sylvia continuava a combattere contro i suoi “demoni”, così nervosi e attenti: «[…] Su me si china una donna/cercando in me di scoprire quella che lei è realmente. […] In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro/ giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso» [3].

Inoltre, già prima di incontrare il poeta inglese aveva tentato il suicidio, definito “un’iniziazione di morte”. Dopo il matrimonio, la poetessa di Boston cercava sostanzialmente il suo “spazio vitale”, per definirsi pienamente come scrittrice e donna, senza sentire il peso dell’ombra del marito, senza che la sua presenza potesse cannibalizzare la sua scrittura. Ma l’abbandono inizia quando Sylvia scopre della relazione di Ted Hughes con Assia, con la conseguente separazione e l’abbandono dei figli.

Difatti la notte del suicidio della Plath lui non era con lei. Ad esempio in L’ultima lettera si legge: «E avevo iniziato a scrivere quando il telefono/Sobbalzò, suonando allarmato, / Ricordando tutto. Si riprese nella mia mano. / Poi una voce come un’arma di precisione/Oppure un’iniezione misurata, / Consegnò freddamente le sue quattro parole / Al fondo del mio orecchio: “Sua moglie è morta”».

L’abbandono è duplice perché i due figli Frieda Rebecca e Nicholas Farrar subiranno il distacco prima dal padre e poi dalla morte della madre: «Nicholas Hughes si è impiccato due settimane fa, all’età di quarantasette anni. Nonostante ripetessi insistentemente che non avrei mai ripercorso le orme di mia madre, anch’io ho tentato di uccidermi. […] La madre di Nicholas Hughes e la mia […] si sono auto distrutte. E noi figli siamo cresciuti nella rovina delle loro catastrofi personali. La loro morte ha portato via […] il conforto dell’amore materno. Ancor peggio, […] abbiamo dovuto convivere con la cognizione che le nostre madre ci avevano, consapevolmente, abbandonati».

Scrive Linda Grey Sexton, figlia di Anne Sexton in una lettera pubblicata sul New York Times, il 3 aprile 2009. Il dolore sembra quasi una necessità “storica”, una dura verità da accettare perché è «parte del processo di cicatrizzazione», così come l’amore tra Ted Hughes e Sylvia Plath, così forte e istintivo, che ricorda l’immagine di due amanti ne L’abbraccio di Egone Schiele: un uomo e una donna si stringono nella pelle nodosa, più forte di qualsiasi presa, perché sanno che l’amore si scioglierà nell’abbandono e nella morte.

[1] Michel Foucault, Storia della sessualità 1, (p.55)
[2] ib.
[3] Sylvia Plath, Lo Specchio

Giorgia Zoino per MIfacciodiCultura

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