I Grandi Saggi – “Fisiologia dell’impiegato”, il Fantozzi ante litteram di Honoré de Balzac

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La burocrazia, chiave di volta di tutti gli apparati statali moderni, Moloch nato come strumento e divenuto Dio, oggetto di adorazione da parte dei Direttori Naturali di fantozziana memoria, fonte inesauribile di aneddoti, barzellette e drammi più o meno grotteschi – chi non ha mai avuto di fronte un modulo in cui gli veniva richiesta la firma autografa ed autenticata di un parente defunto? Ovviamente, ogni apparato burosaurico si compone di due aspetti: la struttura astratta, composta da luoghi, regole e moduli (sì, luogo astratto è un ossimoro, ma la realtà ultima è proprio questa), e gli impiegati ne che costituiscono le truppe da trincea, da guerra di posizione e logoramento. Su questi ultimi, Honoré de Balzac opera una riflessione secondo i canoni che gli sono propri, approfondita e ironica, ed il risultato è un libello pubblicato nel 1841, Fisiologia dell’impiegato.

Honoré de Balzac

La versione cupa, drammatica e angosciante del rapporto con la burocrazia è costituita da Kafka, ed infatti kafkiano è l’aggettivo che si spende con maggiore facilità rispetto alle vicende; divenuto col tempo vero e proprio tema letterario, la burocrazia è stata rappresentata da artisti di ogni fatta, da Ennio Flaiano a David Foster Wallace. La saga di Fantozzi trova uno dei suoi punti di forza nella rappresentazione proprio della burocrazia ed invero proprio della fisiologia dell’impiegato, sebbene non statale ma di una Megaditta: eccepito ciò, va detto che per il tono fortemente ironico e grottesco dell’opera omnia fantozziana di Paolo Villaggio, i vari Fantozzi costituiscono davvero una valide modernizzazione dell’opera di Balzac, essendo in definitiva dei campionari di quella Commedia Umana su cui appunto fa perno l’opera dello scrittore francese.

I punti di vista e le sfaccettature possono essere alquanto diverse: l’aspetto tecnico – economico della questione viene a sua volta affrontato, ad esempio nell’ottimo saggio di Hermann Bente, Inefficienza Economica Organizzata; mentre, se abbiamo parlato delle Istruzioni alla servitù di Swift come dell’altro fattore di un possibile binomio del tipo umano esaminato da Balzac, il trattato dello scrittore inglese è venato di ferocia, laddove Fisiologia dell’impiegato è da definirsi semiserio nella descrizione del polveroso habitat dei lavoratori da ufficio.

«Che cos’è un impiegato? A quale grado inizia o termina l’impiegato?» è l’incipit di questo testo: sarebbe lecito attendersi anche una domanda su dove inizia l’impiegato e dove termina l’uomo o viceversa. Ma addentrandosi nella lettura ci si rende conto che, dal punto di vista di Balzac, la considerazione non avrebbe senso: quasi pirandelliano ante litteram, Balzac dipinge per punti-capitoli una galleria di maschere, persone-personaggi in grigio su fondo grigio, dello spessore della carta con cui sono fatte le pratiche di cui vivono e per cui vivono, esseri coincidenti con un lavoro che per loro non è neanche una passione.

Le sfumature di grigio, per questa Fisiologia dell’impiegato vanno dal penoso al patetico, dall’impiegato di più basso livello al subdirigente che crede di essere un grand’uomo: avendo avuto modo di sperimentare sulla propria pelle, Balzac conosce bene tutte le tipologie, che tratteggia in capitoli dedicati. Abbiamo così le descrizioni via via del soprannumerario, del capufficio, capodivisione, fattorino e quella figura ormai mitologica del pensionato. Aggiungiamo la descrizione degli uffici, che assumono una valenza di personaggio quasi antropomorfo, ed una storia filosofica e trascendentale degli impiegati, e avremo quasi tutta la Fisiologia dell’impiegato.

Ma è giunto il momento di dire che se lavori come quello di Swift sono decontestualizzabili senza troppo sforzo, per Balzac l’estrapolazione generale è molto più difficile: Fisiologia dell’impiegato non generalizza e non è atemporale, il filo del discorso è estremamente legato alla particolare forma burocratica francese ed ai personaggi che affollavano la politica – e l’apparato statale – in quel preciso momento. La lettura, insomma, è un po’ meno godibile di quella di Swift, dovendo districarsi tra le notazioni dedicate specificatamente ai fruitori a Balzac contemporanei.

Fatto ciò, però, è indubbio il valore del ragionamento di Balzac, disseminato soprattutto in 12 assiomi lungo il testo, tra i quali scegliamo ad esempio il Quarto, La protezione è prova di potenza, cui segue il quinto in cui si spiega che un impiegato privo di protezioni non farà carriera.

Molto è dedicato allo spreco, effetto collaterale inscindibile dalla burocrazia e dal sistema impiegatizio, molto è lotta intellettuale a quella forza inerziale che sa impedire o ritardare indefinitamente decisioni e atti fondamentali. Ma tra una descrizione e l’altra in chiave ironica («la statistica… oggi è il trastullo degli uomini di Stato, convinti che i numeri siano il calcolo»), Balzac sa essere anche impietoso al limite della crudeltà:

La definizione migliore dell’impiegato potrebbe essere perciò questa: un uomo che per vivere ha bisogno dello stipendio e che non è libero di lasciare il proprio posto perché non sa fare altro che maneggiare scartoffie.

Il che potrebbe essere anche vero, e adattabile perciò ad una maggioranza schiacciante tra gli individui della società post-industriale, che se ne rendano conto oppure no. Il limite di Balzac è di trattare perciò solo in apparenza al questione in chiave umanistica, prediligendo l’ottica dell’efficienza e della produttività: il prodotto perciò è fallace o quantomeno incompleta, perché non tiene conto dell’inefficienza economica organizzata, assai più diffusa di quanto normalmente ipotizzabile, e di un altro semplice assioma, doveroso in quanto non è intellettualmente lecito ambire alle sicurezza di un sistema e attribuire le fallacie ai singoli:

Se la produttività e bassa e la qualità scadente bisogna guardare al sistema e non ai singoli.

William Edwards Deming

Ma come detto, dopo la Laurea alla Sorbona, Balzac conobbe di persona gli impietosi orrori del lavoro impiegatizio e degli apparati burosaurici: è a sé, probabilmente, che rivolge tanto livore, essendo rimasto segnato da un’esperienza che lo lasciò irritabile e irrimediabilmente depresso.

Anche lui, cioè.

Vieri Peroncini per MIfaccidiCultura

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