Akira Kurosawa, il samurai pacifista del cinema giapponese

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Sperimentatore ed acuto intellettuale, la sua opera ha influenzato generazioni di registi in tutto il mondo. Soprannominato Tennò, l’imperatore, Akira Kurosawa (Tokyo, 23 marzo 1910 – Tokyo, 6 settembre 1998) è stato regista, sceneggiatore, produttore e scrittore: insomma, una delle personalità cinematografiche più significative del XX secolo.

Akira Kurosawa
Akira Kurosawa

Discendente da una dinastia di samurai, cresce con il rigore dell’educazione militare e delle arti marziali, insegnate dal padre all’Accademia Imperiale di Toyoma. La dura fase di formazione, la forza nell’affrontare gli ostacoli e l’intenso rapporto con il proprio maestro saranno leitmotiv importante nella sua filmografia. Giovane curioso ed acculturato, dominava diverse materie tra cui letteratura, teatro, arti visive e musica. La grande apertura internazionale gli fornì uno sconfinato background cinematografico e letterario. Le sue fonti d’ispirazione spaziano così dal teatro tradizionale giapponese Nô e Kabuki (Quelli che camminavano sulla coda della tigre) alle opere shakespeariane (Ran e Il trono di sangue), dostoevskiane (L’idiota) e gork’iane (I bassifondi) a quella statunitense (Anatomia di un rapimento, basata su un romanzo di Ed McBain).

Il destino a volte è crudele e beffardo: per lui tragico punto di svolta è rappresentato proprio dall’avvento del sonoro in Giappone nel 1933. L’affezionato fratello maggiore Heiko da benshi, animatore dal vivo di film muti, rimase disoccupato arrivando a suicidarsi. Fu a quel punto che Akira, nella disperazione e necessità di trovare un impiego, intraprese seriamente la strada della regia. Una carriera iniziata da una gavetta impegnativa, poi ripagata da grandi riconoscimenti internazionali, tra cui il Leone d’oro alla Mostra del Cinema, il David di Donatello, l’Oscar e la Palma d’oro al Festival di Cannes.

Akira Kurosawa
I Sette Samurai

Nonostante le richieste propagandistiche sulla guerra, pacifista e sostenitore della vita, elabora le sue prime pellicole su viaggi introspettivi. Al perfetto guerriero serve forza interiore, umiltà, senso del dovere e dell’onore. Il samurai, spesso associato al volto carismatico di Toshiro Mifune, è il retaggio di una casta antica in decadenza. Alterna tematiche sociali alle problematiche dell’individuo (L’angelo ubriaco). Introduce elementi innovativi e di interazione con le culture, come i finali umanisti, la rimasterizzazione del Bolero di Ravel o baci appassionati. Rashmon è uno dei suoi primi grandi successi, citazione pirandelliana per raccontare la doppiezza dell’uomo e l’inconoscibilità della verità. Riflette ascendenze europee, annoverando perfino coproduzioni americane, sovietiche e francesi. La fortezza nascosta, storia di una principessa, un generale, e due contadini ignoranti e avidi, influenza e affascina George Lucas: proprio da qui nasce la creazione della saga di Star Wars.

Kurosawa è regista poliedrico, poetico e metaforico: il trascorrere del tempo è anche l’inquadratura degli zoccoli con l’alternanza delle stagioni, o il fiore di loto dopo un conflitto. Riprese lunghissime senza alcun dialogo, sconfinate distese erbose battute dal vento e lo scorrere delle nuvole in cielo. Il simbolismo è forte, tutto si trasfigura nella battaglia. Nella grande armonizzazione di temi, situazioni, ambienti e personaggi, si incontra una delle sue migliori qualità. I suoi film sono epici, evocativi, pieni di tensione interna nel bianco e nero di inizio secolo. Nondimeno, il suo è il Giappone delle due guerre mondiali, la bomba è ‘orrore della guerra (Rapsodia in Agosto). Propone lavori complessi, densi, parabole grottesche sulla stupidità della violenza, senza mai abbandonare il mito dei samurai, visto come simbolo di virtù ed etica.

Akira Kurosawa
Akira Kurosawa

Proprio lui, settimo figlio di un samurai, creerà l’opera più faticosa della sua carriera, ne I sette samurai (Shichinin No Samurai, 1954). La lotta di un villaggio di contadini aiutati dai valorosi guerrieri, contro una banda di briganti, contro i soprusi e le violenze sui più deboli. Capolavoro del cinema, nella versione completa oltre 200′ di riprese vengono ridotte e snaturate poi in 130′. Gli americani ne realizzano subito un remake con I magnifici sette di John Sturgess, adattandolo alla versione tagliata. Sempre negli stessi anni, anche Sergio Leone si ispira a Kurosawa, transponendo le sfide dei samurai (in particolare Yōjinbō) nelle strade polverose del genere western (il più famoso Per un pugno di dollari, processato e condannato per plagio).

Cantastorie minuzioso e dettagliato, cura personalmente anche tutti i montaggi. Nel tracollo di ideali e principi, il recupero di rituali, onore e rispetto sono l’unica chiave possibile per il futuro.

Bambini senza ani, o cavalli da 8 gambe come è accaduto a Chernobyl, o il disastro inflitto dall’atomica sganciata su città abitate da civili, diventano un triste esempio di odio e avidità. La continua esasperante corsa agli armamenti, l’uso di energia nucleare ed armi chimiche sempre più sofisticate, vanno in direzione opposta e contraria all’aiuto reciproco e alla convivenza pacifica. Solo pochi sparuti custodi di valori antichi combattono come El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha. Ma, la felicità non può essere possibile su queste basi. Così è. Il problema è che quando si comincia a sparare, anche Cristo e gli Angeli si trasformano in capi militari.

Akira Kurosawa, intervista con Gabriel García Márquez, 1991

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MIfacciodiCultura

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