Carlo Alberto dalla Chiesa: paladino della giustizia abbandonato al suo destino

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Il 3 settembre 1982 alle 21.15, il generale e neo-prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa e sua moglie Emanuela Setti Carraro venivano ignobilmente trucidati a colpi di kalashnikov da un braccio armato di Cosa Nostra. Poco dopo veniva ammazzato anche l’agente della scorta Domenico Russo, con una scarica di mitra. E cosi, in un momento, via Isidoro Carini a Palermo si è trasformata nel teatro dell’orrore di un’altra tragica strage ad opera della mafia. Queste le agghiaccianti parole – ottenute attraverso un intercettazione -, con cui Totò Riina descrive l’omicidio:

A primo colpo, a primo colpo abbiamo fatto… Eravamo qualche sette, otto… Di quelli terribili… Eravamo terribili… 

Carlo Alberto dalla ChiesaCarlo Alberto dalla Chiesa aveva consacrato la sua vita alla lotta contro la criminalità e l’ingiustizia: dopo la seconda guerra mondiale entrò nell’arma e partecipò attivamente alla Resistenza, si impegnò a combattere banditismo e criminalità organizzata in Campania e Sicilia, per poi approdare a Torino, dove divenne protagonista della battaglia contro il terrorismo, fondando, nel 1974, il Nucleo Speciale Antiterrorismo.

Grazie a questo gruppo selezionato di agenti dell’arma, dalla Chiesa riuscì a infliggere un pesante scacco alle Brigate Rosse, sempre più attive e potenti: vennero infatti catturati alcuni dei fondatori e degli esponenti più influenti delle BR, Alberto Franceschini, Pinerolo e Renato Curcio. Il successo delle operazioni condotte da dalla Chiesa derivava anche da alcune tecniche investigative p prese nella precedente esperienza di lotta alla mafia nel Sud Italia, in particolare il metodo dell’infiltrazione  che, nonostante i risultati ottenuti, causò non poche polemiche che portarono allo scioglimento, nel 1976, del Nucleo Antiterrorismo. La lotta del generale alle Brigate Rosse non era però ancora conclusa: a dalla Chiesa vennero concessi poteri speciali, che gli permisero, dopo l’esecuzione di Aldo Moro, di dare un’ulteriore stretta al gruppo terroristico, portando a termine altri arresti e ritrovando documenti fondamentali per la ricostruzione del sequestro Moro.

Nel 1982 la vita del generale subì una svolta definitiva, che segnò anche la sua condanna a morte: venne congedato dall’arma e nominato prefetto di Palermo. Visti i successi ottenuti nella lotta al terrorismo, si decise di sfruttare le abilità di dalla Chiesa nella lotta a quello che da sempre è il vero cancro del nostro paese: la mafia. Un male insidioso, che si è sparso a macchia d’olio in ogni angolo della nostra bella penisola, troppo spesso facilitato dalla compiacenza di alcuni e dal silenzio dei più. Silenzio per timore da parte dei più deboli. E allora li si deve aiutare a liberarsi della paura, gli si devono dare gli strumenti e la sicurezza per ribellarsi alla mafia. Lo Stato dovrebbe arrivare anche dove sembra essere giunta prima la criminalità organizzata, che si è fatta garante di tutti quei diritti, quelle necessità, quei bisogni fondamentali per vivere. La mafia però, mai potrà dare qualcosa che, alla resa dei conti, è la base ineliminabile di ogni esistenza degna di essere chiamata tale: la libertà. Bisogna quindi insegnare la libertà, in ogni sua forma, e allora si insegnerà anche la lotta alla mafia: combattere per la propria libertà, significa combattere questa metastasi nera che invade il nostro paese. E, a fianco a questa lotta tanto individuale quanto collettiva, bisogna combattere con tutte le proprie forze contro chi, invece, con la mafia è connivente. Questo, il prefetto dalla Chiesa lo aveva capito.

[…] sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice, ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi, certamente pagati dai cittadini, non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati.

Carlo Alberto dalla Chiesa

Dalla Chiesa era conosciuto e si capì in fretta che non avrebbe esitato, rispetto alle sue possibilità, a fare piazza pulita di tutto il marcio che invadeva Palermo, compresi i collegamenti tra mafia e politica, riguardanti in particolare la Democrazia Cristiana, che era il partito più contaminati da Cosa Nostra. Non era certo impresa facile. Ma il prefetto più determinato e coraggioso come era sempre stato, non sembrava farsi intimorire dal panorama contaminato e scoraggiante della Sicilia degli anni Ottanta.

Carlo Alberto dalla Chiesa faceva così paura alla mafia – e a quanto pare anche ad una parte dello Stato – che il suo mandato durò solo cento giorni. Si arrivò poi a quel 3 settembre 1982, data ormai indelebile nella memoria collettiva, in cui, come fu scritto su un lenzuolo appeso in via Carini, la sera stessa dell’esecuzione mafiosa, morì la speranza dei palermitani onesti. Ma non solo: quando un uomo come dalla Chiesa, Borsellino, Falcone e tutti coloro che si sono spesi per la lotta alla mafia e all’ingiustizia in generale, vengono lasciati soli e condannati così a morte, è la speranza di tutti gli italiani a svanire. Facciamo sì che queste morti non siano state inutili.

Francesca De Fanis per MIfacciodiCultura

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