Non-luoghi e dove trovarli: la teoria di Marc Augé

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Mai sentito parlare di non-luoghi? Non si tratta dell’Isola che non c’è e non serve la polvere magica di Peter Pan per visitarli, anzi, sono spazi che, nostro malgrado o volontariamente, frequentiamo tutti i giorni. Il termine non-lieu, in italiano non-luogo, è stato introdotto dall’antropologo francese Marc Augé (Poitiers, 2 settembre 1935) nel 1992, nel suo libro Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité per designare le strutture necessarie alla circolazione delle persone e degli oggetti, come autostrade, aeroporti, mezzi di trasporto, centri commerciali, sale d’aspetto e ascensori. Si tratta in poche parole delle aree in cui gli individui si incrociano senza entrare in relazione gli uni con gli altri, guidati o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni della quotidianità. Sono zone di passaggio e di solitudine, sentimenti tipici della società contemporanea. La surmodenità, incapace di integrare in sé i luoghi storici perché incentrata unicamente sul presente e consumata dagli idoli della provvisorietà e di un individualismo fondamentalmente egoista, vi trova la sua espressione più completa.

Marc Augé

Le persone transitano tutti i giorni nei non-luoghi ma nessuno vi abita. Sono gli spazi dello standard, al cui interno tutto è calcolato con precisione maniacale e ogni mossa è regolata da specifiche modalità d’uso, che si esprimono via via in modo prescrittivo – mettersi in fila, proibitivo – vietato fumare, o informativo – voi siete qui. L’individuo perde così tutte le sue peculiarità per continuare a esistere unicamente come cliente. Il suo ruolo è definito da un contratto più o meno tacito che egli firma una volta entrato nel non-luogo e, in quanto fruitore, è sempre costretto a provare la propria identità e, con essa, la propria innocenza: così chi sale su un mezzo pubblico deve mostrare il diritto di transito tramite il biglietto e chi vuole imbarcarsi su un aereo deve esibire carta d’identità o passaporto. Non per niente il novelliere Stefan Zweig fa notare che una volta l’uomo aveva un’anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano. Lo spazio del non-luogo libera così colui che vi entra dalle sue funzioni abituali: egli è unicamente ciò che fa o che vive come passeggero, cliente o guidatore. Il soggetto ritrova poi la sua identità al controllo al casello autostradale o alla cassa, ma nel frattempo obbedisce allo stesso codice degli altri, in un’immensa solitudine e similitudine. Non si parla più di persone ma di entità anonime. E qui risiede uno dei paradossi maggiori: il cliente conquista il proprio anonimato solo dopo aver fornito la prova della sua identità. Il non-luogo si delinea così come il contrario dell’utopia: esiste per tutti, ma non accoglie alcuna società organica.

Incredibilmente, nonostante l’annullamento individuale appena descritto, questi spazi non sono quasi mai vissuti con noia o ansia, ma con una valenza tutto sommato positiva. Gli utenti non si preoccupano che i centri commerciali siano omologati e usufruiscono con gioia della sicurezza generata dal poter riconoscere in qualsiasi angolo del pianeta la propria catena di ristoranti preferita o la medesima disposizione degli spazi. Il non-luogo in questo senso è un paradiso dove trovare qualunque cosa desideriamo: il mondo con tutte le sue diversità è racchiuso al suo interno, nudo e crudo, ma soprattutto, a portata di mano. Da questo punto di vista è interessante ricordare una ricerca effettuata in Italia su un campione di studenti delle scuole superiori, che ha dimostrato come i centri commerciali siano uno dei punti di ritrovo favorito per gli adolescenti; lo stesso Augé, in effetti, ha convenuto che qualche forma di legame sociale può emergere ovunque, così i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato possono riconoscervi un luogo in senso antropologico.

Esistono infine dei non-luoghi che si differenziano da quelli finora descritti per delle loro caratteristiche del tutto peculiari: sono quelli frequentati dai rifugiati, categoria doppiamente destinata al non-luogo, tanto che anche la scrittrice sudafricana Nadir Gordimer definisce amaramente il clandestino non-persona. Si crea così una coppia di non-luoghi lontanissimi tra loro: quelli dell’abbondanza e quelli della miseria. In quest’ultimi la tendenza spontanea riscontrabile nei centri commerciali a divenire, per alcuni versi, dei veri e propri luoghi, non si può verificare, perché si tratta di spazi strutturalmente transitori e negativi, in cui l’identità individuale costituisce nello stesso tempo desiderio e pericolo. Non rimane che “consolarci” con una saggia e sempre attuale considerazione di Josè Saramago: «Sapere dove è l’identità è una domanda senza risposta».

Erica Beccalossi per MIfacciodiCultura

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