La società: prigione o libertà? Un limite o un’opportunità?

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Fin dall’antichità gli uomini hanno avuto la necessità, se non l’obbligo, di unirsi e organizzarsi in comunità e società. Infatti è impossibile concepire alcune attività o azioni umane che non contemplino la partecipazione di altri individui. L’indole stessa di noi esseri umani ci porta a cercare almeno un’altra persona con la quale condividere esperienze, idee e pensieri. Questa è l’impostazione che sta alla base dei rapporti umani e sociali. Spesso però questi rapporti assumono altre sfumature che divergono dal nostro naturale istinto sociale. La concezione primaria e naturale dei rapporti sociali viene spesso inquinata da sentimenti e necessità puramente egoistiche.

Nel corso dei secoli, e in modo più accentuato oggi nell’era dei social network e della comunicazione digitale, la società si è spesso evoluta, in alcune sue forme, in una sorta di insieme di rapporti quasi giuridici. I rapporti si sono trasformati in un contratto: due o più persone interagiscono, comunicano e si frequentano in base ad alcune “regole” non scritte, che vanno (o andrebbero) rispettate. È il caso, ad esempio, delle relazioni sentimentali, di quelle di amicizia oppure di quelle lavorative. Un altro aspetto caratterizzante della società contemporanea è la competitività. Gli individui sono sovente spinti a rapportarsi con la collettività per dimostrare di essere più potenti, più capaci e, in breve, superiori. Inevitabilmente questo continuo confronto forzato può risultare fatale, o quanto meno nocivo. La società serve, oggigiorno, per alleggerire i propri drammi e dolori, condividendoli con la comunità oppure paragonandoli cinicamente ai dolori altrui; per farli apparire più lievi. Ma in realtà «Ridicolo, pensare a chi sta peggio non ti fa stare meglio. A meno che tu non sia cinico» come afferma Caparezza nel suo recentissimo album Prisoner 709.

In definitiva, cos’è questa società? È qualcosa di perverso e malvagio nella sua natura o è una rampa di lancio per il benessere? Solo grazie all’unione in comunità l’uomo è riuscito a compiere le sue (più o meno) straordinarie imprese; ma questa è un’arma a doppio taglio. La società, in fin dei conti, non è nient’altro che il Tutto: forse sarebbe più utile chiedersi cosa non sia società. Ogni cosa sulla Terra ne fa parte, tutto ciò che esiste è tale solo se concepito come parte integrante di una macrosocietà.

Come tale, la società può essere una grande fonte di informazione, cultura e conoscenza, con le sue infinite sfumature e rappresentazioni (letteratura, arte, musica, usanze ecc.). D’altro canto, ogni società nasconde un fondo di male, rappresentato da quella parte della comunità che fa un errato uso del rapporto con gli altri; in maniera cinica, egoistica e, in sostanza, negativa.

Aristotele ( Stagira, 384 a.C. o 383 a.C. – Calcide, 322 a.C.)

Per tornare alla domanda iniziale, «l’uomo è un animale sociale»  come scrisse Aristotele, quindi è inevitabile che si unisca in comunità. Quel lato “oscuro” della società impedisce anche però di sfuggirvi. Se entrarci è inevitabile, è altrettanto difficile scapparne. La solitudine è il contrario della società; questa sensazione, in parte agognata e in parte temuta è considerabile come il principio antitetico del sociale. Rousseau affermava «Io, il più socievole degli uomini, costretto a vivere in solitudine», rendendo esplicita la sofferenza e la punizione (per quanto talvolta piacevole) dell’essere soli. Molti altri hanno esaltato invece questa condizione. Presa coscienza di questi vari aspetti della società o, del suo opposto, la solitudine, si può solo convenire sul fatto che la società sia una prigione; una gabbia che costringe gli esseri umani a unirsi in rapporti nella maggior parte dei casi faticosi, non voluti, ma con i quali devono convivere per forza. Quello che bisogna comprendere per non trasformare la società in una prigione, è che l’individuo viene prima della società. Ognuno di noi dovrebbe prendere coscienza della sua predisposizione e dei suoi limiti sociali e agire di conseguenza all’interno della comunità. Questo processo deve però avvenire di tuffarsi nel mare in tempesta.

Essere parte di una comunità non significa condividere gli stessi pensieri o seguire gli stessi interessi.  Nel mondo del social network, addirittura, le persone cercano di propagandare in maniera scenografica la migliore immagine di se stessi. Essere parte di una società non dovrebbe implicare obblighi di nessun tipo (oltre a quelli per una pacifica convivenza); siamo parte di una grande comunità in quanto esseri umani ma non per questo bisogna lasciare che questa sovrastruttura, divisa in miliardi di micro-gruppi, prenda il sopravvento su di noi e ci guidi nelle nostre scelte e nei nostri comportamenti.

Modernità liquida del sociologo Zygmunt Bauman

La società deve essere intesa semplicemente come un gruppo organizzato di esseri umani, non come un’entità superiore alla quale bisogna piegarsi per poter vivere. Non è necessario, inoltre, vivere sempre nello stesso gruppo sociale. Il nostro libero arbitrio ci offre la possibilità di cambiare, per conoscere nuove comunità con nuove opportunità di arricchimento personale. Sarebbe opportuno riflettere sulle proprie potenzialità, proiettarle all’interno del contesto sociale e vivere secondo le proprie concezioni, idee e possibilità; senza lasciare la struttura sociale compia questo passo per noi.

Esiste una letteratura sociologica e filosofica infinita sul concetto di società: da Weber a Popper, da Bauman a Durkheim, ma la vera riflessione su come esserne parte può essere scritta da ognuno di noi, basandosi sulle cognizioni della realtà innate, e non su quelle che la maggior parte degli individui considera tali.

Francesco Carucci per MIfacciodiCultura

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