Carmelo Bene: un teatrante di meno

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Credo che qualsiasi ruolo o definizione affibbiato a Carmelo Bene sia una impropria e artificiosa imposizione vista la trasversalità degli interessi e delle applicazioni del suo genio mostrata durante tutta la sua vita: teatro, cinema, radio, letteratura in prosa e in versi e tanto altro ancora.

Carmelo Bene nasce a Campi Salentina, in provincia di Lecce, il 1° settembre 1937 e muore a Roma il 16 marzo 2002: egli è quel che si suol dire un nostro contemporaneo e forse, proprio per questo, è per noi una così grande esigenza prenderlo in considerazione e cercare di avvicinarci pian piano al suo percorso artistico, filosofico ed esistenziale. Certamente molti hanno parlato di lui (soprattutto durante la sua vita) ma solo in pochi hanno cercato davvero di dargli voce e tentato l’imbarazzante difficoltà di chi si mette a chinino nella polvere fino quasi ad essere supino per guardare da una prospettiva completamente diversa dall’altezza comune. Infatti il teatro (e non solo quello) di Bene non è un teatro conciliante, un passatempo per annoiati: ferisce come la lama di un bisturi che disseziona un cadavere. Non possiamo certo aspettarci che ne emergano rose e fiori. Ma strato dopo strato egli, da abile operatore, rimuove tutto il superfluo per mettere al centro il necessario. Ma se credete romanticamente che dia una qualche sorta di risposta vi sbagliate completamente. Il suo “lavoro” sta nell’asportare chirurgicamente uno ad uno tutti i pezzi del puzzle senza sostituire alle cavità vuote un bel niente. Come chiosa perfettamente il filosofo Deleuze, egli «non procede per addizione, ma per sottrazione, per amputazione» (2002) e per questo il concetto di Artaud espresso nel 2000 non può prestarsi meglio:

Quando avrete fatto [all’uomo] un corpo organizzare l’avrete liberato di tutti i suoi automatismi e restituito alla sua libertà.

Questo corpo “senza organi” pensato da Artaud è il solco nel quale Bene articola una parte del suo pensiero, ma non solo: su di esso se ne innestano tanti altri elaborati tramite il dialogo tra morti vivificati dalla profondità del suo immergersi in essi (Schopenhauer, Nietzsche, Shakespeare per nominarne solo alcuni) e vivi con i quali intraprende prolifici e indissolubili legami (Deleuze, Foucault, Elsa Morante, Pasolini e altri). Bene insomma è stanco di quel teatro che dà spettacolo di sé e che anzi è vero e proprio spettacolo: quello che si va a vedere per passatempo o che si presta alle discussioni sterili e pompose dei salotti intellettuali o ancora quello che sbandiera, sentendosi superiore, una verità presunta che al riscontro pratico si trova tutt’altro che praticabile. Il teatro al quale qui si fa riferimento viene descritto da Bene all’interno del manifesto Perseveranza del teatro tolemaico (1982), dove per “tolemaico” si intende la diatriba tra sistema cosmologico di Tolomeo, che vede al centro dell’universo la Terra, con il sistema di Copernico che vede la Terra girare attorno al Sole posto al centro dell’universo. e nell’opera Il teatro senza spettacolo (1990). Semplicemente sottrae con l’abilità magistrale del matematico, smontando tutto ciò che prima veniva inteso come teatro. Non è solo attivo sulla scena ma anche dietro e al di fuori di essa; passa per i ruoli di autore, regista, attore, scenografo, tecnico luci e suono, etc. superandoli ed eccedendoli nella loro singolarità («Con l’uomo-teatro Carmelo Bene, “autore-attore [etc.]” non significa più la somma di due compiti, ma al contrario l’eliminazione dei ruoli» Giacché, Antropologia di una macchina attoriale) per creare nell’arco di una mise-en-scene un luogo buio, privo di punti di riferimento, dove lo spettatore rimane spaesato e vittima delle reazioni più istintive e viscerali (diverse volte è capitato che spettatori piangessero durante e dopo le suo opere senza sapere il perché). Per tutti questi motivi e per tanti altri le opere di Carmelo Bene non si aggiungono propriamente al patrimonio e alla storia di tutte le altre opere ma se ne distaccano in quanto rappresentano una detrazione, un buco nero. Il vuoto che origina fa di lui un teatrante di meno.

Bibliografia:

  • Artaud Antoine, Il teatro e il suo doppio, Torino: Einaudi, 2000
  • Bene Carmelo, La voce di Narciso, Milano: Il Saggiatore, 1982
  • Bene Carmelo, Il teatro senza spettacolo, Venezia: Marsilio, 1990
  • Deleuze Gilles, Un manifesto di meno, saggio all’interno di Bene Carmelo e Deleuze Gilles, Sovrapposizioni, Macerata: Quodlibet, 2002
  • Giacchè Piergiorgio, Carmelo Bene. Antropologia di una macchina attoriale, Milano: Bompiani, 2007

Stefano Brusco per MIfacciodiCultura

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