Leo Longanesi: il caustico narratore dell’Italia fascista e post-fascista

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Leo Longanesi, un uomo le cui parole raccontano la storia:

Noi [italiani] siamo il cuore d’Europa, ed il cuore non sarà mai né il braccio né la testa: ecco la nostra grandezza e la nostra miseria. (I giusti pensieri del modesto signor di Bonafede, 1926)

L’italiano non lavora, fatica. (La sua signora, Roma, 1° luglio 1953)

Alla manutenzione, l’Italia preferisce l’inaugurazione. (La sua signora, Milano, 3 agosto 1955)

In Italia, tutti sono estremisti per prudenza. (La sua signora, Milano, 19 febbraio 1956)

L’italiano: totalitario in cucina, democratico in parlamento, cattolico a letto, comunista in fabbrica. (La sua signora, Milano, 11 agosto 1956)

Chi rompe, non paga e siede al governo. (La sua signora, Milano 4 ottobre 1956)

Non è la libertà che manca in Italia. Mancano gli uomini liberi. (La sua signora, Milano, 8 gennaio 1957)

Leo Longanesi: il caustico narratore dell’Italia fascista e post-fascistaBrevi frasi a dipingere con piccole pennellate espressionistiche i mille contrastanti volti dell’Italia e degli italiani: gli aforismi. Questa è la tecnica letteraria scelta da Leo Longanesi per buona parte della sua produzione, quella che maggiormente mostra il suo lato mordace: basti ricordare le due raccolte La sua signora Parliamo dell’elefante, ma anche tutti gli aforismi con cui ha punteggiato riviste, giornali e drammi teatrali.

Perché la scelta di Longanesi è caduta sullo stile frammentario? La risposta è semplice: per la voluta ambiguità dell’aforisma. L’aforisma è un atomo letterario che contiene in sé il polo positivo e quello negativo, la massima solennità e, insieme, la satira sprezzante. «Mussolini ha sempre ragione»: in questo motto da lui coniato, qual è il confine tra adulatoria esaltazione del dittatore e sarcastica critica alla megalomania mussoliniana? Difatti, Longanesi era forse l’unico che poteva permettersi di fare satira, di tanto in tanto, sul dittatore e sul suo operato: «Di Mussolini non mi fanno paura le idee ma le ghette», un’altra battuta da lui coniata.

Ma andiamo con ordine. Leo (Leopoldo) Longanesi nacque a Bagnacavallo il 30 agosto 1905, ma ben presto, con i genitori, si trasferì a Bologna, in via Irnerio: «A Bologna ho lasciato il cuore», diceva. E proprio nella più antica città universitaria cominciò a studiare giurisprudenza. Fin dai quindici anni, però, aveva cominciato a coltivare quello che sarebbe diventato il suo lavoro e la sua più grande passione: il giornalismo. Iniziò infatti a fondare periodici in casa sua: il primo, in un unico numero del 1920, era intitolato Il Marchese. Fu questo certo un ottimo modo per farsi conoscere dagli intellettuali di spicco della città, tra i quali il pittore Giorgio Morandi, lo scrittore Giuseppe Raimondi e il poeta Vincenzo Cardarelli. Il 1920 fu anche l’anno in cui Longanesi si iscrisse al partito fascista. La motivazione è spiegata in In piedi e seduti (1948):

Io guarii, e il dottore non entrò più in casa nostra. Poi divenni fascista per tante piccole ragioni sentimentali, ma anche perché odiavo quel dottore, quella sua boria di piccolo borghese illuminato, quella sua volgarità di povero ateo; odiavo in lui, nella sua barba rossiccia, nel suo sguardo crepuscolare, tutto il socialismo italiano, da De Amicis a Filippo Turati.

Un giovane Leo Longanesi

Dunque, una scelta dettata dalle piccole, grandi rivalità sociali dell’epoca e da pose politiche tipicamente italiane. Non era tipo da profonde analisi politiche, Longanesi: non era, difatti, d’indole riflessiva, ma piuttosto impulsivo e guidato dall’istinto. Il suo carattere estroverso e polemico gli permise di lasciar traccia in numerosi salotti letterari e, soprattutto, di intessere una fitta rete di conoscenze e collaborazioni che lo rese via via sempre più popolare su numerosi fronti. Camaleontico, senza un’identità politica veramente definita, animato soprattutto dal desiderio di misurarsi con le tendenze di pensiero più determinanti del momento, nel 1924 non disdegnò di assumere la direzione di un periodico monarchico, chiamato Il Dominio. Proseguì poi la sua carriera giornalistica all’interno del movimento Strapaese, d’impronta fascista, nazionalista e tradizionalista, di cui fece parte anche Curzio Malaparte. La rivista ufficiale del movimento fu Il Selvaggio, e Longanesi cominciò a pubblicare su di essa a soli vent’anni. Da notare che Strapaese rappresentava solo una delle tante anime del fascismo, in particolare, l’anima più provinciale, appunto “paesana”, che mirava a conservare le identità dei borghi e le eredità culturali antiche del Paese, contro l’esterofilia. L’apertura dell’Italia verso una cultura più aperta ed europea veniva invece propugnata dal movimento complementare ed opposto, ovvero Stracittà.

Per molti anni, Longanesi continuò a scrivere accompagnando l’onda crescente del fascismo; in particolare, il prodotto longanesiano destinato a rappresentare più pienamente il Ventennio fu il periodico L’Italiano, i cui numeri cominciarono a uscire nel 1926 e terminarono solo nel 1946. Il sottotitolo era Rivista della gente fascistafascista sì, ma mai servile, dato che lo spirito del direttore Longanesi si manteneva sempre libero, critico e disincantato: «ostile se occorre anche al fascismo ufficiale». Leggiamo la presentazione pubblicata nel primo numero della rivista:

L’Italia ha il sole e con il sole non si può concepire che la Chiesa, il classicismo, Dante, l’entusiasmo, l’armonia, la salute filosofica, l’antidemocrazia, il fascismo, Mussolini.

In questa enumerazione, costruita per associazione di idee, Longanesi riesce a stendere un rapido ma completo bozzetto dell’Italia del Ventennio. Ogni parola è una solida pennellata che svela le predilezioni del momento dello scrittore; last but not leastantidemocrazia, fascismo e Mussolini, un trittico ideologico che letto oggi fa rabbrividire, soprattutto pensando alla stretta totalitaria voluta del regime in quegli anni (si pensi al delitto Matteotti); tuttavia, a quell’epoca, quel trittico fu un punto di riferimento normale e ispiratore per molti altri intellettuali dell’epoca.

Per vent’anni, dunque, Longanesi non cessò mai di seguire la linea fascista con innegabile entusiasmo, pubblicando il Vademecum del perfetto fascista (1926), assumendo la direzione del settimanale fascista L’Assalto e allestendo l’esposizione personale di Mussolini in occasione della Mostra del decennale della Rivoluzione fascista del 1932. La stima e la simpatia che il duce stesso nutriva per lui gli consentì di scrivere sempre liberamente, senza incorrere in particolari censure nelle proprie pubblicazioni, nonostante il suo essere anticonformista. D’altronde, negli anni Trenta, resosi conto della pericolosità che potevano avere boutade d’argomento politico in un regime totalitario ormai saldo, lui stesso decise prudentemente di limitarsi, nell’Italiano, a trattare di arte e letteratura. Dimentico del conservatorismo di Strapaese, nel suo periodico lasciò spesso e volentieri spazio ad autori stranieri come Ernest HemingwayAndré GideDavid Herbert Lawrence. Tra i collaboratori italiani, nomi eccellenti furono Alberto MoraviaElsa MoranteDino Buzzati.

Trasferitosi a Roma, cuore del potere, nel 1937 riuscì ad ottenere da Mussolini l’incarico ufficiale per il settimanale d’attualità Omnibus. Questo settimanale fu la prima rivista non femminile ad essere stampata con la tecnica del rotocalco. Definita da Longanesi «una trincea all’ombra del regime»Omnibus raccolse ben presto attorno a sé alcuni dei più importanti giornalisti del secondo Novecento: citiamo Mario PannunzioArrigo BenedettiEnnio FlaianoIndro Montanelli. Ciononostante, l’eccessiva libertà delle pubblicazioni contenute nel settimanale portò alla sua chiusura solamente due anni dopo. Longanesi non sembrò sorpreso di questa repressione, conscio degli sgarri che rendevano la propria linea editoriale eterodossa difficilmente compatibile col regime, nonostante i cordiali rapporti con Mussolini.

Negli anni ’40, la principale impresa editoriale di Longanesi fu la direzione della collana Il sofà delle muse per Rizzoli: a lui si deve infatti la brillante intuizione di pubblicare, come primo numero, Il deserto dei tartari, presentando al mondo letterario il capolavoro di Dino Buzzati.

Benito Mussolini

Frattanto, l’anima critica del Longanesi si era sfogata, soprattutto in privato, contro le scelte belliche del duce. Dopo la caduta del regime, si spese per l’uscita di un articolo di stampo moderato su Il Messaggero, insieme a Benedetti, Flaiano e Pannunzio. Di ciò saranno memori i repubblichini di Salò, che inserirono Longanesi nella lista dei “giornalisti traditori”. In un clima instabile, con Mussolini libero grazie all’intervento tedesco, Longanesi decise di rifugiarsi nel sud Italia presso gli Alleati. A Napoli riuscì a svolgere alcune mansioni per il Centro italiano di propaganda, nato su iniziativa americana. Tuttavia, dopo anni di pubblicazioni in seno al fascismo, venne trattato con sufficienza dagli antifascisti, per non dire emarginato; non gli venne mai riconosciuta la libertà di pensiero che sempre lo aveva contraddistinto anche durante il regime. Era stato fascista, e per questo gli venne rifiutata, nel 1944, la tessera del partito comunista. L’Italia si stava riorganizzando su basi antifasciste, e per un intellettuale come lui, compromesso con il regime mussoliniano, non c’era posto.

Non potendo trovare compagni o collaboratori tra i nuovi intellettuali di spicco, e abituato a stare sempre sulla cresta dell’onda, rifiutò di venire trascinato nell’oblio dalla parabola discendente del fascismo, con cui, purtuttavia, aveva per anni collaborato. Decise finalmente di mettersi in proprio, grazie all’aiuto e alla fiducia dell’imprenditore Mario Montinacque così a Milano, nel 1946, la casa editrice Longanesi & C. Il suo successo come editore venne confermato un anno dopo, quando, con la pubblicazione di Tempo di uccidere per la Longanesi & C., Ennio Flaiano ottenne l’ambito premio Strega alla sua prima edizione. Longanesi era riuscito dunque, dopo anni di eclettico giornalismo, a creare il proprio brand editoriale, di stile inconfondibile e di immediato riscontro di vendite. La Longanesi è, ad oggi, al suo 70° anno di attività, specializzata in narrativa e saggistica, con un occhio di riguardo per gli autori contemporanei: testimonianza tangibile della lungimiranza letteraria, culturale ed editoriale di Longanesi.

Alla sua morte, il 27 settembre 1957, per un malore improvviso, gran parte degli intellettuali italiani, colleghi e non, ne riconobbero l’inestimabile valore di artista e letterato, graffiante comunicatore e fine interprete di una società in piena trasformazione, dal regime totalitario alle soglie del consumismo. Una seconda eredità lasciata da Longanesi fu Il Borghese, periodico pubblicato a partire dal 1950, animato dalla consueta e sarcastica critica verso la classe dirigente, questa volta democristiana. Alla pubblicazione collaborarono AnsaldoPrezzoliniMontanelli, e, vivo Longanesi, si mantenne una linea conservatrice avulsa da simpatie neofasciste. Attraverso il suo periodico, Longanesi cercò in particolare di far passare il proprio scetticismo per la svolta a sinistra dell’Italia borghese del dopoguerra, repentina e poco ponderata, nonché il disprezzo per il profilarsi ormai ineluttabile del trionfo di un’abulica e aculturale società dei consumi.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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