Libero Grassi, l’imprenditore onesto che si ribellò alla mafia

0 1.040

Nella guerra alla mafia, molto spesso le vittime non sono altro che persone comuni: commercianti, avvocati, giornalisti, artigiani. Eroi che non fanno notizia o finiscono sui giornali, ma semplice gente onesta che, in nome di quei valori di libertà, dignità del lavoro e giustizia – nei confronti dello Stato e di loro stessi – ha deciso di opporsi alla mafia, al sua corruzione e al suo «puzzo del compromesso morale». Gente come Libero Grassi, imprenditore siciliano, assassinato il 29 agosto del 1991 perché si rifiutò di pagare il pizzo.

Libero, chiamato così dai genitori in onore del sacrificio di Giacomo Matteotti, nasce a Catania il 19 luglio del 1924, ma cresce e passa la sua giovinezza nelle strade di Palermo, dove studia al liceo Vittorio Emanuele. Con gli inizi della guerra, si trasferisce a Roma per studiare scienze politiche, e poi entra brevemente in seminario, per evitare di combattere: cresciuto in una famiglia fortemente antifascista, il suo è un rifiuto viscerale per la guerra, soprattutto una ritenuta ingiusta e al fianco di fascisti e nazisti. Terminato il conflitto torna a studiare, questa volta alla facoltà di Giurisprudenza, all’Università di Palermo. Segue comunque le orme del padre, e diventa un commerciante, arrivando poi ad aprire una propria azienda di biancheria a Palermo, la Sigma.

Libero Grassi, l'imprenditore onesto che si ribellò alla mafia

Alla sua attività imprenditoriale intanto Libero affianca un grande impegno politico, scrivendo articoli per varie testate giornalistiche, partecipando alla fondazione del Partito Radicale di Marco Pannella e entrando attivamente in politica con il Partito Repubblicano Italiano. Essere un imprenditore a Palermo in quegli anni, però, non è una cosa semplice, specialmente se hai un’impresa che dà lavoro a 100 operai, e Cosa Nostra inizia a prenderti di mira.

A Palermo a cavallo tra ’80 e ’90 sono anni di sangue, in cui la lotta tra Stato e mafia – quella “Cosa Nostra” di cui si iniziano ad intuire i confini, grazie alle inchieste di magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellinosi fa sempre più brutale: vengono assassinati agenti, imprenditori, giudici e politici, chiunque si opponga allo strapotere mafioso, in una situazione di assenteismo statale e omertà che non fanno nient’altro che lasciare ancora più soli coloro che si vogliono opporre. Libero Grassi dunque sa a cosa andrà incontro rifiutandosi di pagare il pizzo, perché la mafia non va per il sottile e se ti metti contro di lei – e non pagare significava delegittimare i mafiosi, togliere loro quel senso di onnipotenza che omertà, indifferenza e assenza state avevano contribuito a generare. Solamente l’anno prima, nel 1990, erano stati brutalmente assassinati Nicola Gioitta e Vincenzo Miceli, un gioielliere e un imprenditore, proprio per il rifiuto di pagare il pizzo.

Eppure Libero è sicuro, e di fronte alle minacce sempre più pressanti del clan Madonia non solo rimane fermo nella sua decisione di non pagare, ma decide di ribadirla pubblicamente. È il 10 gennaio 1991, e sul Giornale di Sicilia viene pubblicata una lettera aperta, indirizzata al «caro estortore» e firmata senza paura da Libero Grassi: non una lettera anonima, ma una denuncia vera e propria, mirata anche a svegliare coscienze degli altri imprenditori e industriali palermitani.

Caro estortore,
volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui.

Libero Grassi, Giornale di Sicilia del 10-01-1991

La sua decisione di rompere quel muro di silenzio si spinge oltre, e l’11 aprile è al programma Samarcanda a farsi intervistare da Michele Santoro. «Perché non vuole pagare, è pazzo?» chiede Santoro in quell’intervista, e Libero Grassi, con un sorriso pacato, risponde: «Io non sono pazzo: non mi piace pagare. È una rinunzia alla mia dignità di imprenditore». Il suo gesto di denuncia però non fu apprezzato da tutti: Salvatore Cozzo, il presidente provinciale dell’Associazione industriali, per esempio disse che Libero Grassi, con la sua denuncia pubblica, le sue interviste, la sua improvvisa notorietà, aveva fatto una «tamurriata», troppo chiasso. Allora, stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia era ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss: pagare il pizzo era la normalità, la maggior parte dei commercianti lo faceva e in cambio vivevano relativamente in pace, quindi perché ribellarsi? Perché denunciare la cosa pubblicamente?

Perché Libero, che oltre che di nome pretendeva di esserlo anche di fatto e pubblicamente, aveva capito che ribellarsi, silenziosamente e nel proprio, a volte non basta. Libero Grassi non era un eroe, non era un magistrato, né un giornalista; Libero Grassi non combatteva la mafia: era un”semplice” imprenditore, un cittadino onesto, che voleva fare il proprio lavoro onestamente e non assoggettarsi ai mafiosi. E per questa sua voglia di libertà e trasparenza è stato assassinato, alle sette e mezza di una mattina di agosto, mentre si recava al lavoro a piedi. Quattro colpi di pistola, alle spalle, per far tacere per sempre una voce che si era rivelata scomoda, e per dare un chiaro segnale agli imprenditori della zona.

Il suo omicidio scosse anche le coscienze: non era vero che «i mafiosi si ammazzano solo tra di loro» oppure solo i poliziotti: la mafia non risparmia, uccide indistintamente, anche un signore mite che va a lavorare alle sette e mezza del mattino. È anche per questo motivo che Libero Grassi e la sua storia, la sua lotta, non vanno dimenticati, ma anzi la sua memoria deve essere tenuta viva e la lezione da lui impartitaci mai dimenticata. Qualche mese dopo il suo omicidio, venne varato il decreto che porta alla legge anti-racket 172, con l’istituzione di un fondo di solidarietà per le vittime di estorsione. Venne creato un codice etico interno a Confindustria Sicilia che prevede l’espulsione di chi non denuncia i mafiosi del pizzo. Combattere la mafia, e vincere, è possibile: come ci ha insegnato Libero Grassi, non serve essere eroi, basta volerlo.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.