John Locke: pensatore della riforma dell’anima e della filosofia del fare

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Nato in un villaggio inglese vicino Bristol nel 1632, John Locke (Wrington, 29 agosto 1632 – High Laver, 28 ottobre 1704) fu un pensatore eterogeneo, autore di importanti rivoluzioni culturali in campi come l’antropologia, la gnoseologia e la politica: il dinamismo della sua riflessione rispecchia quello della vicenda personale, giocata tra la patria britannica e gli esili francesi e olandesi; il filosofo morirà nella sua Inghilterra nel 1704, dopo avervi fatto ritorno in seguito alla rivoluzione del 1689 e all’abbattimento del potere assolutistico degli Stuart e alla nascita della realtà liberale, di cui lo stesso fu riconosciuto ed apprezzato teorico.

John Locke
John Locke

Abitualmente riconosciuto come il padre dell’empirismo filosofico, Locke fu soprattutto un abilissimo riformatore del concetto di anima umana: partendo dal celeberrimo assunto secondo cui nell’intelletto non vi è nulla che non sia prima stato nei sensi, il pensatore di Wrington smonta la tradizionale idea di anima, di origine platonica, intesa come principio metafisico immortale e sostanza incorruttibile: contro essa Locke propone la nozione di identità personale, che si rivela essere la capacità da parte dell’uomo di sentirsi dentro uno scorrimento di vissuti. Si tratta di una vera e propria rivoluzione prospettica, in quanto l’io diviene così soggetto alle categorie della caducità e della transitorietà: l’anima perde la sua connotazione di sostrato e supporto ontologico e si fa sensazione composita come ogni altra cosa del cosmo. L’io passa dall’essere un dato al divenire un fatto: la portata di questa innovazione è grande e riguarda l’idea di rinnovamento perenne che si lega all’anima.

L’identità personale ha il merito psicologico di far emergere la fragilità dell’essere umano: l’anima è ora, con le parole di David Hume, terzo dei moschettieri dell’empirismo assieme a Berkeley, solo un «fascio di percezioni», e non più una continuità costante e salda in sé. Così l’uomo si avvicina alla propria caducità e si distanzia dal terreno dell’eterno: in questa prospettiva, anticipando i temi heideggeriani, l’individuo si candida al nulla e si sottomette alla temporalità. Tale processo traumatico è il frutto, in linea teoretica, della detronizzazione dell’io operata dallo stesso Locke e portata avanti, in contesto psicoanalitico, da Freud e da Lacan nel Novecento: inoltre questa teorizzazione filosofica ha un potente valore di cesura nel confronto della tradizione seicentesca del razionalismo cartesiano, per cui la partenza dell’agire intellettuale erano proprio i saldi principi primi e dunque innati dell’essere umano. Lockeianamente le idee innate sono un’illusione per la conoscenza genuinamente intesa, tanto da portare il filosofo del Saggio sull’intelletto umano ad affermare che «senza fonti di esperienza le idee sembrano nuvole che passano sui campi di grano senza lasciare traccia»: tutte le idee hanno invece una struttura controllabile col ragionamento e risultano in ultima analisi dall’assemblamento a vario livello di idee più semplice con altre più complesse.

La filosofia di John Locke, tutta sviluppata intorno ad un’imponente fiducia nel ragionamento, è un invito alla pratica, alla continua verifica, al fare e al lavoro intellettuale tanto da essere proprio su questo connotato specifico che si saldano senza contraddizione l’aspetto metafisico e quello politico della sua riflessione: pensando il soffio vitale umano come precario e dinamico si viene a giustificare una visione dell’umanità come di qualcosa di non fisso che progredisce e cresce nel lavoro. L’eticità nella riflessione lockeiana è sempre dietro l’angolo e viene ad assumere una valenza di tipo euristico: essa si fa principio di attività, fino a determinare una precisa posizione politica, quella liberale, che nell’autonomia individuale e nella potenza creatrice del soggetto che muta affonda le proprie più fonde radici. In questa logica Locke sarà anche uno dei primi a troncare il paradigma del lavoro inteso come schiavitù umana e a promuovere, per converso, un’idea di attività lavorativa come in grado di restituire la più genuina libertà. Come filosofo del fare Locke sarà in grado di insediarsi in maniera cellulare nella cultura anglosassone, rappresentandone ancora oggi un caposaldo in quanto a principi conoscitivi ed etico-normativi.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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