Gene Wilder, primo grande Willy Wonka, re della parodia

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È solo una parodia: quante volte abbiamo sentito un’affermazione simile? Forse mai, perché un sostantivo astruso del genere è in via di estinzione nelle bocche del nostro caro Homo Analfabeticus Funzionalis, e quindi il concetto va derubricato. La parodia, dal greco parà + odé (canto  simile), è peraltro un genere di seconda battuta, un po’come la critica: essendo una imitazione, viene dopo, appoggiandosi sulla schiena di opere già note con intento farsesco, burlesco, comico. In molti, ora, ricorderanno Gene Wilder per la sua partecipazione ai film parodistici del regista Mel Brooks: giustamente, perché insieme i due realizzarono diversi capolavori, tra cui il colossale Frankenstein Junior su tutti, esempio preclaro dell’argomentazione con cui alcuni difendono la parodia dall’accusa di essere un sottogenere, ossia che essa deve presupporre e conoscere l’opera, il personaggio o il genere da parodiare alla perfezione, sorta di omaggio ma soprattutto esito di profondo studio.

Gene Wilder

Ma, lungi dal ritenere la parodia un genere minore (persino il buon Jack Leopardi vi si cimentò, nei Paralipomeni della Batracomiomachia, parodia del genere epico), diciamo subito che Gene Wilder non era solo parodia. Nato l’11 giugno del 1933 e spentosi il 29 agosto 2016 a Stamford in seguito di complicanze dell’Alzheimer di cui soffriva da tempo, Jerome Silberman aka Gene Wilder (questo è uno pseudonimo, non Gino detto Pino come pensano dalle mie parti) innanzitutto è stato oltre che attore anche sceneggiatore, regista e scrittore, e attore formatosi all’Actor’s Studio e non ad Amici (fa ridere, “formatosi ad Amici“? Un petit hommage al caro Gene, ché poi Amici è davvero una parodia – di Fame innanzitutto, e infatti il titolo originario era Saranno Famosi, non bravi ma Famosi – e di qualsiasi scuola secondariamente).

In ogni caso, i film cult cui ha partecipato Wilder sono il meglio di quanto possa offrire il genere parodistico e vanno guardati con doveroso rispetto: pensiamo a Mezzogiorno e mezzo di fuoco nonché a Scusi, dov’è il West? con un giovane Harrison Ford, film che da solo costituisce un compendio di tutti i luoghi comuni del più becero tra i generi a partire da Tom Mix fino a John Wayne (fino alla svolta di Soldato Blu et similia, almeno). Wilder recita anche in uno degli episodi meglio riusciti di Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere), genialmente intriso di dissacratorio umorismo yiddish ad opera di uno sperimentale Woody Allen.

Gene Wilder - Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, 1971
Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, 1971

Ancora, Wilder è grande in Per favore non toccate le vecchiette, ancora parodistico in Il fratello più furbo di Sherlock Holmes e di nuovo in Wagon-lits con omicidi che non può non ricordare nell’ambientazione lo stile di Agatha Christie.

Nel frattempo, Wilder è stato il primo Willy Wonka, nella riduzione cinematografica del La Fabbrica di Cioccolato di Roald Dahl, in un tempo in cui gli effetti speciali della versione di Burton/Depp non erano nemmeno immaginabili, essendo il film, che non è una parodia, del 1971. Erano anche tempi in cui il film non ebbe successo, perché centrato sul target per famiglie ma troppo intriso di humour nero e a tratti per scalfire l’ipocrisia cattofamigliare dei primissimi anni ’70. Col tempo, il film diventerà di culto e non abbiamo dubbi che con ancora un po’ di tempo Gene Wilder riceverà postumo un Oscar alla carriera, statuetta che dovrebbe rappresentare chissà che, ma che comunque gli venne negata due volte su due nomination.

Gene-Wilder
Frankenstein Junior, 1974

Wilder sceneggia, si dirige, si sposa quattro volte, stabilisce un fortunatissimo sodalizio artistico con Richard Pryor (con cui interpreta il fortunatissimo Non guardarmi… non ti sento, film col passo delle comiche di altri tempi), scrive una autobiografia intitolata Baciami come uno sconosciuto (Kiss Me Like a Stranger: My Search for Love and Art) ed altri lavori tra cui una raccolta di racconti intitolata What is This Thing Called Love?, nel 2010. Ma nel 2010, Wilder si era già ritirato dalle scene da due lustri e mezzo, reduce da un Emmy Award per la partecipazione nel telefilm Will&Grace e da un successo immediatamente precedente per il televisivo della NBC Alice in Wonderland: nell’anno dell’Emmy, Wilder inizierà una personale battaglia contro il cancro, che stava già combattendo tramite campagne di sensibilizzazione e raccolte fondi dopo la morte per un tumore alle ovaie della terza moglie Gilda Radner. Verrà infatti colpito dal Linfoma non-Hodgkin, da cui guarirà ben sei anni dopo, successivamente a chemio e trapianto di staminali.

gene-wilder (1)Gene Wilder è stato anche sceneggiatore, regista ed interprete di un enorme successo e di un’opera entrata a livello iconico nell’immaginario erotico di un’intera generazione, quel La signora in rosso (The women in red) remake del film francese Certi piccolissimi peccati (Un éléphant ça trompe énormément) di Yves Robert del 1976dove il non-visto era sufficiente ad accendere fantasie e desiderio di chiunque. Del film, rimane negli occhi di tutti lo sventolante ballo dell’attrice Kelly Le Brook sulla grata della metropolitana, citazione del film Quando la moglie è in vacanza del 1955 con Marilyn Monroe. Ma il clou del film arriva quando alla fine la concupita Signora in rosso è pronta a cedere al suo spasimante che la insegue da tempo, ma ha la dabbenaggine di pronunciare insieme al suo indirizzo la smorzante frase «Serviti il pasto, cow-boy»: ecco, Wilder torna Wilder, si paralizza come solo lui sa fare, sbarra lo sguardo ceruleo e ogni ardore viene sopito, ché l’erotismo ed il desiderio sono ben più fragili di ali di farfalla su uno stelo di cristallo.
Potenziale adultero, Wilder fa marcia indietro e la voce fuori campo del suo pensiero realizza che «per cosa stavo per perdere tutto? Per un culo!».

Ricerca dell’amore, filosofia pragmatica, umorismo yiddish: decisamente, Gene Wilder non era solo parodia.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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