Ugo Mulas, il fotografo degli artisti e della loro anima

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La vicenda artistica di Ugo Mulas, celebre per aver fotografato rigorosamente in bianco e nero figure emblematiche dell’arte e della cultura, è circoscritta nell’arco di un intenso, metodico ventennio.

Bar Jamaica, Milano, 1953-4
Bar Jamaica, Milano, 1953-4

Nato il 28 agosto 1928 a Pozzolengo, in provincia di Brescia, è il terzo di cinque fratelli. I genitori, emigrati dalla Sardegna, crescono i propri bambini con molti sacrifici e pieni di aspettative per il loro futuro. Scoppia la guerra e per Ugo Mulas frequentare la scuola è un’impresa quasi impossibile. Dopo il diploma, nel 1948, decide di continuare gli studi a Milano: per compiacere i genitori si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica, deve mantenersi come può. Nella nuova città non ha amici, vaga sperduto per le periferie.

Nel 1951 è la volta di un corso serale di nudo all’Accademia di Brera, un primo tentativo per avvicinarsi alla sua vera passione, il mondo dell’arte, così vivo, inquieto e pieno di inventiva in questa città tentacolare, in fermento e con la guerra alle spalle. La scelta di finire gli studi in giurisprudenza ma non laurearsi è quasi una scelta ideologica, una presa di posizione antiborghese – «Qui se prendo la laurea son fottuto, finisco a fare l’impiegato di banca», si legge in Conversazioni con Ugo Mulas di Arturo Carlo Quintavalle – maturata con la frequentazione del bar Jamaica, ritrovo di giovani artisti (si narra che qui Piero Manzoni maturò l’idea della Merda d’artista).

L’incontro tra Ugo Mulas e la fotografia avviene per caso, senza alcun apprendistato, all’inizio è solo un modo come un altro per guadagnare qualche soldo, ma al Jamaica si parla anche di fotografia, pur senza avere le idee chiare. Sono anni in cui chi si avvicina alla fotografia vuole fare il fotogiornalista, sono gli anni dei reportage neorealisti, gli anni ’50 delle spedizioni di De Martino e Carpitella in Lucania per documentare il mondo della magia e dei rituali di un sud che sembra lontano anni luce, rallentato, in contrasto con il nord industriale e pieno di gioventù ansiosa di cambiare il mondo.

Lucio Fontana, Milano, 1964
Lucio Fontana, Milano, 1964

Ugo Mulas scatta le prime fotografie incoraggiato da Mario Dondero, l’obiettivo immortala la desolata edilizia popolare della periferia milanese in cui vive e il bar Jamaica dove intesse le prime amicizie, rigorosamente in bianco e nero: da una parte il popolo, dall’altra gli intellettuali. Le sue prime fotografie sociali gli danno un senso di sorpresa e potenza, l’occhio cerca qualcosa che non sta tanto negli eventi, quanto nell’atmosfera malinconica, nei gesti metaforici, nelle tracce di pneumatici, nelle luci. Mulas cerca se stesso nel lavoro notturno di uno spazzino e nei tabelloni degli orari della Stazione Centrale: il buio e la luce.

Il primo vero incarico come fotoreporter è alla Biennale di Venezia, nel 1954: il reportage viene pubblicato sulla rivista Le Ore. Il primo personaggio incontrato ed immortalato in piazza San Marco è Giuseppe Ungaretti, un mito per il giovane fotografo le cui ristrettezze economiche sono diventate leggendarie: all’inizio non aveva neppure una sua macchina fotografica, se la faceva prestare, poi ne prese una condivisa con Dondero.

Quello che mi interessava era di fotografare la gente: gli attori, i pittori o il mondo dei pittori, gli amici dei pittori, i mercanti. Allora poi c’era tutta questa attesa per il premio […] si passavano dei giorni abbastanza eccitanti, mi piaceva questa cosa, non era tanto la pittura in sé ma la gara, vedere chi vinceva, l’allegria che c’era allora intorno ai pittori.

Quintavalle, Conversazioni con Ugo Mulas

A Venezia sono molti gli incontri casuali e la fotografia si fa sempre più psicologica. Fotografa Max Ernst su un vaporetto, lo sguardo velato di malinconia.

Marcel Duchamp, New York, 1964-65
Marcel Duchamp, New York, 1964-65

Nei giorni seguenti alla morte di Ugo Mulas, avvenuta a Milano il 2 marzo del 1973, il Corriere della Sera lo definisce «fotografo dei pittori», che «usava gli obiettivi con l’arte del pittore». Mulas di artisti ne ha immortalati tantissimi, così come sono tante le opere di artisti fotografate. Non è però una fotografia subordinata all’arte, è essa stessa arte, è lo studio di un comportamento, è una sorta di critica d’arte attraverso la fotografia.

Prendiamo ad esempio gli scatti che immortalano Lucio Fontana di fronte alla sua tela e nell’atto di tagliarla. È falso che Fontana si sia lasciato ritrarre nel momento della creazione, un momento di così intensa concentrazione e tensione di energia. L’occhio di critico di Mulas racconta un gesto, fa rivivere quel gesto, quell’intensità, quel calcolo di forze nella mano che impugna il taglierino, e ci conduce oltre la superficie.

Marc Chagall in un angolo a disegnare e una tela immensa che prende quasi tutto lo spazio, Alberto Giacometti in tutta la sua malinconia, Eduardo De Filippo mentre si sistema i baffi, Jasper Johns e la sua ombra proiettata su una grande tela orizzontale, Marcel Duchamp e il suo sigaro, Andy Warhol in uno sguardo di devozione, Alberto Burri che controlla come il calore sta modificando la plastica. Solo alcuni di un lungo elenco.

Tanti personaggi della cultura hanno avuto fiducia di Ugo Mulas, colui che è riuscito ad immortalare la loro anima e quella delle loro opere eterne.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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