28 agosto 1963: M. L. King diceva di avere un sogno. Oggi sogniamo ancora?

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Era il 28 agosto 1963: Michael King Jr., conosciuto dal mondo intero come Martin Luther King, pronunciava queste parole davanti al Lincoln Memorial di Washington, davanti a milioni di persone e trasmesso dalle emittenti nazionali.

Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.
Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero.

Martin Luther King

Erano gli anni ’60, quelli dell’emancipazione e della lotta per i diritti: erano gli anni in cui i neri e i bianchi non potevano frequentare gli stessi locali, gli stessi autobus, e dove stare in una stanza con una persona di colore era quasi una vergogna. Nel 1955 Rosa Parks aveva osato sedersi su un autobus e non dare il proprio posto ad un bianco; nonostante questo nel 1963 la situazione non era ancora cambiata.

Martin Luther King era il grande combattente nero per i diritti, che si affiancava e scontrava a Malcom X: la grande differenza di linea fra i due fu sempre una. Per King:

Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisicaDovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Malcom X era un po’ più brusco, nei modi: benché la sua linea si addolcirà negli anni, abbandonando gli ideali di lotta violenta, rimane comunque per lui importante la legittima difesa. La non violenza è applicabile fino a che, dall’altra parte, non si viene colpiti.

Entrambi furono fondamentali per la lotta dei diritti delle minoranze etniche americane, anche se con modi diversi e spesso in opposizione: entrambi erano senza dubbio grandi oratori, che hanno saputo ispirare con le loro parole le generazioni a venire.

Ed è così che il discorso che, proprio oggi ma ben 53 anni fa, era pronunciato da Martin Luther King, ispirato dalle parole di Mahalia Jackson, che continuava a urlare “parlaci del sogno, il sogno!“, è uno dei più famosi della storia.

«I have a dream»: ripetuto più volte, in una serie di anafore, incalzante e disarmante. Sembra così ovvio, avere un sogno: chi di noi non li ha? Eppure, a distanza di anni, possiamo dire che quel sogno sia totalmente realizzato? Se King non fosse stato ammazzato nel 1968, oggi, cosa direbbe?

La politica di Obama negli Stati Uniti non è apprezzata da tutti: molti hanno criticato il divario, infatti, tra politica esterna ed interna.

Sinceramente, riconosco l’apparente ossimoro: d’altro canto, riconosco un limite culturale e sociale agli States. Al contrario di molti altri paesi, forse un po’ più vecchiotti (come il nostro), gli americani sono uno dei popoli più patriottici. Loro amano la loro bandiera, il loro inno, la loro nazione: nelle scuole ogni giorno si giura fedeltà alla bandiera. È la loro cultura. Questo implica che per loro, al di là di ogni bella politica sui diritti civili, il loro paese sarà sempre al primo posto. La guerra fuori dal paese, che siano missioni di pace o altro, credo che per molti americani sia quasi la normalità: è l’estensione di un potere che credono di avere su tutto e su tutti, soprattutto dopo il Secondo Conflitto Mondiale.

Chi non apprezzava Obama aveva certo sperato in Donald Trump, che vuole rendere l’America “grande di nuovo”: pare che tali speranze siano state pesantemente disilluse.

Obama, comunque, è stato il primo Presidente nero degli USA. Ovviamente, lo stesso fatto che sia il primo Presidente di colore, già la dice lunga sul cambiamento del paese dagli anni ’60 a oggi: quindi, sì, di questo Martin Luther King ne sarebbe stato contento. Le minoranze etniche sicuramente non sono più discriminate come una volta.

Almeno fino a prima dell’insediamento di Trump.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!

Ma a livello culturale, la situazione è cambiata? Verrebbe da scuotere la testa, perché la mente va alle immagini che abbiamo visto negli ultimi tempi alla TV e sui giornali: la destra estremista è tornata in tutta la sua potenza,  sotto l’occhio quasi soddisfatto della Casa Bianca. O almeno del Presidente.

La segregazione razziale non c’è più, è vero: ma il sentimento del razzismo, quello sì.

Cosa intendo?

Intendo dire che c’è ancora chi crede sia lecito, anche se la legge lo vieta, insultare qualcuno per la propria razza; come d’altra parte c’è chi, ad oggi, ancora si sente discriminato. E quindi c’è il rovescio della medaglia: c’è chi si arroga il diritto di uccidere in diretta nazionale due giornalisti per le loro affermazioni discriminatorie. Forse questo a Martin non piacerebbe.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono: “Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

I tempi cambiano, e anche la società e il mondo che ci circonda: per una conquista, c’è sempre una perdita. È vero, questi sogni si sono avverati: eppure, paradossalmente, il razzismo ancora non si è fermato.

Chi soffre e chi prende il sole

Fermiamoci un attimo, dall’alto di un’immaginaria scogliera di agostiniana memoria, e osserviamo quanto accade: il mare è ormai una fossa comune a cielo aperto, e ora dopo le barche anche i camion diventano una camera a gas di nuova invenzione in cui morire; le frontiere sono ricolme di persone disperate e in fuga, che si trovano davanti muri e filo spinato (reale e non solo); milioni di persone sono sparse per l’Europa, lontane da casa, con un’unica cosa nelle tasche: i propri sogni.

E noi, sempre dall’alto di questa fantomatica rupe, possiamo dirci migliori degli Stati Uniti degli anni ’60? Possiamo dirci diversi da chi scriveva su un cartello “Riservato ai bianchi”? Quando ergiamo muri che hanno scritto, con quell’inchiostro invisibile dell’ipocrisia, “Riservato a chi non è migrante”?

Ecco di cosa abbiamo bisogno oggi: di un Martin Luther King. Di qualcuno che dica:

Non ho dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E invece noi abbiamo Salvini che dice di lasciarli a casa loro, e le ruspe in azione, e così via. E affianco a lui ci sono paesi europei che lasciano la gente morire, nei mari e nei camion, senza fare mai davvero nulla.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spirituale: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

Libertà, fratellanza, eguaglianza: i sogni più belli dell’uomo.

Continuiamo a sognare per chi, purtroppo, non ne gode: continuiamo, nel nostro piccolo, ad avere un sogno. Perché chi smette di sognare, è perduto.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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