Man Ray: sperimentazione oltre il segno fotografico

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Man Ray (Emmanuel Rudzitsky, Filadelfia, 27 agosto 1890 – Parigi, 18 novembre 1976) è stato uno dei grandi protagonisti dell’arte d’avanguardia del primo Novecento.

Man Ray

Nato da genitori emigrati dalla Russia, durante gli anni Ottanta si trasferisce a Brooklyn (New York): qui compie gli studi secondari  che lo indirizzano verso il design industriale. Nel 1912 la famiglia Radnitzky cambia il proprio cognome in Ray ed Emmanuel decide di adottare una versione abbreviata del proprio nome, Man (Man Ray: “uomo raggio”).

Nel 1921, Emmanuel arriva a Parigi e l’amico Duchamp lo introduce al gruppo dadaista, adeguandosi all’immaginario dell’avanguardia parigina e il suo motto diventa: «Non esiste essere avanti rispetto ai tempi: i tempi sono sempre indietro». Va quindi a vivere e lavorare nel quartiere di Montparnasse a Parigi negli anni della grande esplosione creativa della “Ville Lumière”, dove  si innamora della famosa cantante francese Kiki (Alice Prin), spesso chiamata Kiki de Montparnasse, che in seguito diviene  la sua modella fotografica preferita. Insieme a Jean Arp, Max Ernst, André Masson, Joan Miró e Pablo Picasso, partecipa alla prima esposizione surrealista alla galleria Pierre a Parigi nel 1925.
Nei vent’anni successivi vissuti a Montparnasse, Man Ray rivoluziona l’arte fotografica attraverso una continua sperimentazione tecnica.

Negli ultimi anni della sua vita fa spesso ritorno negli Stati Uniti. Morto il 18 novembre 1976, viene seppellito nel cimitero di Montparnasse. Il suo epitaffio recita: «Non curante, ma non indifferente».

Di sicuro, ci sarà sempre chi guarderà solo la tecnica e si chiederà “come”, mentre altri di natura più curiosa si chiederanno “perché”.

d4972176rPartendo da queste parole si giunge facilmente alla conclusione di un ragionamento semplice in riferimento alla direzione artistica di Man Ray: pittore o fotografo? Pittore, assolutamente un pittore.

Il “perché” dà la spiegazione profonda alle sue manovre, mentre il “come” rappresenta la limitata concezione fotografica. La macchina fotografica non è lo strumento atto alla riproduzione esatta della realtà, ma un pennello ausiliario, da sostituire a quello propriamente detto nel momento in cui ciò che c’è da rappresentare si discosta dall’ambito tutto “materico” della pittura e della tela.

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Le Violon d’Ingres, 1924

Il mezzo fotografico è per Man Ray un accessorio tecnico, utile a catturare l’immagine ma anche a renderne l’anima, il lato oscuro del soggetto: di certo tocca alla sua geniale manovra artistica da “pittore” della fotografia il rendere tutto unico ed evocativo. L’opera di Man Ray è vista come un paradosso: egli è più profondamente fotografo di tanti altri pittorialisti del tempo, proprio in virtù del suo non esserlo. Lui che tanto snobba il concetto di tecnica fotografica, è invece portato al cielo proprio come uno dei più grandi maestri della fotografia.

Per caso nel 1921 scopre le rayografie:

Un foglio di carta sensibile intatto, finito inavvertitamente tra quelli già esposti, era stato sottoposto al bagno di sviluppo. Mentre aspettavo invano che comparisse un’immagine, con un gesto meccanico poggiai un piccolo imbuto di vetro, il bicchiere graduato e il termometro nella bacinella sopra la carta bagnata. Accesi la luce; sotto i miei occhi cominciò a formarsi un’immagine: non una semplice silhouette degli oggetti, ma un’immagine deformata e rifratta dal vetro, a seconda che gli oggetti fossero più o meno a contatto con la carta, mentre la parte direttamente esposta alla luce spiccava come in rilievo sul fondo nero.

Stringendo tra le mani un metaforico pennello intriso di luce lui è fotografo, ma nel momento in cui lo pone sul supporto ecco che viene fuori il pittore: «Fotografo ciò che non posso dipingere» e la macchina fotografica diventa importante solo quando il suo pennello non riesce a rendere il segno oltre la realtà, allora prende piede la necessità di sperimentare nuove strade, nuove dinamiche.

tumblr_m52oxxVZOc1r7xatro1_1280Attraverso i suoi rayogrammi, evoca il disegno luminoso: Man Ray mette in luce il carattere paradossale e inquietante del quotidiano, quindi oggetti comuni mutano forma per donarci una nuova visione destabilizzante per le attese mimetiche ed iconiche.

La tecnica si perfeziona e cresce attraverso l’accostamento di oggetti opachi, traslucidi o trasparenti, giocando sulla distanza degli oggetti dalla carta e sulla direzione della sorgente di luce, attraverso una ricerca che permette all’artista di raggiungere innumerevoli effetti e gradazioni di toni. Il negativo è così per Man Ray la base di deformazioni, inversioni, reticolazioni, sovrimpressioni e solarizzazioni.

Come regista applica la stessa sperimentazione alle sue ideazioni, dove sequenze visive prive di una forma verbale, si pronunciano riguardo alla realtà in termini di profonda analisi emotiva.

I suoi lavori sono capaci di ipnotizzare l’osservatore conducendolo, con leggero avanzare, verso un’altra forma di lettura del visivo, stravolgendo i termini del vero per aprire nuove porte di percezione su un mondo fatto tutto di mistero.

Grazia Nuzzi per MIfacciodiCultura

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