Le Corbusier: l’architettura per l’uomo e a misura d’uomo

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La figura rivoluzionaria di Le Corbusier, uno dei più creativi e influenti architetti del ‘900, si inserisce in quadro storico di grandi ragionamenti attorno all’uomo, anni di ricostruzione e trepidazione, perché se da una parte la prima guerra mondiale è finita, dall’altra non si ha il tempo di ricreare equilibri solidi: una seconda e tragica guerra mondiale sta attendendo la goccia che faccia traboccare il vaso.

Le Corbusier nel Cabanon a Roquebrune-Cap Martin
Le Corbusier nel Cabanon a Roquebrune-Cap Martin

Le Corbusier, pseudonimo di Charles-Edouard Jeanneret-Gris, nato in Svizzera il 6 ottobre 1887, moriva 52 anni fa nel mare della sua amata Costa Azzurra: era il 27 agosto 1965, la sua fama internazionale era ormai consolidata (nonostante le molte critiche riguardo alle sue utopie architettoniche) e morì proprio come aveva sperato, nuotando in mare e vicino al suo Cabanon, il piccolo bungalow di Roquebrune-Cap Martin in cui passava gran parte dell’anno insieme alla moglie, la modella Yvonne Gallis.

Questo piccolo capanno disegnato con rigore monacale è stato da poco dichiarato Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, insieme ad altre 16 opere del maestro del Movimento Moderno. 10 dei 17 edifici si trovano in Francia, patria d’adozione dell’uomo radicale che fu le Corbusier, nato il 6 ottobre 1887 a La Chaux-de-Fonds in Svizzera, di professione homme de lettres, come fece scrivere sul proprio documento di identità.

Sostanzialmente autodidatta, non conseguì una laurea architettonica. Nonostante sia stato allievo di tre fra i maggiori architetti del tempo – Joseph Hoffmann a Vienna, Auguste Perret a Parigi, Peter Behrens a Berlino – la sua è una formazione da decoratore, più che da architetto e urbanista. Frequentò infatti l’Ecole Industrielle, poi l’Ecole d’Art nella sezione di incisione ornamentale fino al 1905; tuttavia, a partire dal 1904, si orienterà verso il design (è suo il celebre modello LC4 di chaise longue).

Il Modulor (1)
Il Modulor

È a partire dal 1920 che l’energia di Le Corbusier, pseudonimo adottato proprio in quell’anno per firmare gli articoli pubblicati sulla rivista L’Esprit Nouveau, si concentra in progetti architettonici e in un ampio studio teorico, una rivalutazione delle forme dell’architettura e della progettazione urbanistica basata su nuovi principi e nuovi canoni: al centro l’uomo, misura armonica e criterio di tutte le cose, e la dignità dell’uomo nel suo rapporto con una città ormai cementificata, ostile e disumanizzata in favore della produzione e della velocità, pericolosa sia in senso fisico che psichico. Riflessioni condensate in 5 nuovi principi che fondono una nuovo modo di concepire l’organizzazione di città con la giustizia sociale e che confluiranno nel 1923 in Verse une architecture.

Protagonista e destinatario dei progetti di Le Corbusier è l’uomo, idealmente un uomo che con il braccio alzato raggiunge i 226 centimetri d’altezza, ossia il Modulor, l’unità progettuale che si pone in posizione rivoluzionaria rispetto al canone quattrocentesco di Francesco di Giorgio Martini, in cui l’uomo è proporzionato entro la base di una chiesa a croce latina, e all’uomo vitruviano di Da Vinci, idealmente contenuto in un quadrato e in un cerchio. La prospettiva si ribalta: non è più l’uomo a doversi inserire in uno spazio, è lo spazio che deve inserirsi nell’uomo. Inserirsi, non circondare o racchiudere. La casa non è il guscio protettivo del lavoratore, la casa non è solo un letto per dormire e un tavolo per mangiare. Casa è ritrovare l’armonia, casa è uno spazio congruo alla grandezza del corpo ma anche alla vastità dei pensieri.

Unité d'Habitation a Marsiglia, 1947-52
Unité d’Habitation a Marsiglia, 1947-52

Prendiamo ad esempio due differenti modi di abitare, in cui a fare la differenza non è l’uomo, ma lo spazio a disposizione: la Ville Savoye a Poissy ultimata nel 1931 e l’Unité d’Habitation di Marsiglia inaugurata nel 1952. La Ville Savoye è pensata come una macchina da abitare in cui la natura non solo circonda l’abitazione privata, ma vi si inserisce: al pian terreno, dato che l’abitazione è sollevata dai pilotis, pilastri che elevano l’edificio creando un portico, e sul tetto a terrazza. Non è una villa di rappresentanza, edificata per stupire, ma un guscio per vivere in armonia. L’Unité d’Habitation è invece un’utopia realizzata, un alveare autosufficiente di abitazioni, negozi, strade, sulla scia dell’idea di falansterio dell’utopismo socialista settecentesco di Charles Fourier. L’Unité di Marsiglia, concepita come quartiere popolare dignitoso, non è però mai entrata pienamente in funzione.

Le Corbusier ha sempre immaginato la casa come cellula fondante della società, sognava di dare agli uomini case belle, comode ed economiche, eppure non riusciva ad accettare che i residenti ne stravolgessero l’aspetto, in primo luogo le grandi vetrate. Che utopia è, questa? Quella di Le Corbusier è davvero architettura democratica, per l’uomo e a misura d’uomo?

Ville Savoye a Poissy, 1929-31
Ville Savoye a Poissy, 1929-31

Sono moltissimi i progetti rimasti incompiuti e tantissimi i taccuini e le lettere pieni di appunti, disegni, teorie, i pensieri degli innumerevoli viaggi di Le Corbusier, tra cui il Grand Tour in Italia, in cui il giovane utopista lasciò da parte la macchina fotografica, per non dimenticare di guardare con gli occhi dello stupore.

I suoi Croquis de voyage e i suoi diari formano una sorta di Codice Atlantico e una sempre valida fonte di ispirazione per le nuove generazioni di architetti al servizio dell’uomo e di una vita di città più dignitosa.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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