Tim Burton: la poetica della stravaganza tra successi e fallimenti

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Timothy William Burton, conosciuto da tutti con il nome di Tim Burton, è un regista, sceneggiatore, produttore, scrittore e animatore statunitense. Nato a Burbank il 25 agosto 1958, è uno dei più celebri cineasti apprezzato da tutte le età, dai più grandi e bambini. Tra le sue pellicole più famose: Edward mani di forbice (1990), La fabbrica di cioccolato (2005), Sweeney Todd (2012) e tanti altri.

La produzione cinematografica di Tim Burton è immensa. La sua storia ha inizio a 18 anni, quando il giovane Timothy, cresciuto non tanto lontano da Hollywood e dagli studios più famosi, vince una borsa di studio per la California Institute of the Arts offerta dalla Walt Disney Company. Il suo talento come disegnatore emerge fin da subito, tanto da diventare uno dei disegnatori ufficiali della famosa casa di produzione. È il 1981 quando Burton partecipa alla realizzazione di Red e Toby – Nemiciamici, il 24° classico Disney. Eppure, i lineamenti così dolci e delicati di quei disegni sono lontani anni luce dalla sua idea creativa:

Era una tortura, dovevo disegnare tutte le scene con le graziose bestioline ammiccanti. Semplicemente non ci riuscivo. 

Tim Burton: la poetica della stravaganza tra successi e fallimenti

Burton era quindi particolarmente insoddisfatto del suo lavoro alla Disney, la quale contrastò il successo di Burton in più occasioni. Nel 1984 la casa di produzione accettò di produrre Frankenweenie (poi riproposto dallo stesso Burton nel 2012), uno dei corti più riusciti del regista, ma ottenendo pochi profitti a causa del divieto della visione ai minori di quattordici anni. I rapporti si ruppero nuovamente con Nightmare Before Christmas, di cui Burton è il produttore (non il regista, come molti credono, che è invece Henry Selick) il capolavoro d’animazione in stop-motion che fece il suo debutto nel 1993. Nonostante il successo di pubblico, la Disney riteneva il film essere troppo lontano dalla sua idea di animazione e di storia.

Certamente, le arie languide dei film Disney non potevano soddisfare la voglia di stravaganza di Tim Burton. I suoi film sono tutti riconoscibili grazie al suo marchio di eccentricità, i toni spesso grotteschi e oscuri che mi mescolano a una malinconia di fondo. I personaggi di Burton sono incompresi, immersi nella loro bolla di solitudine, sempre allontanati dalla collettività a causa delle loro diversità.

Se c’è un attore che possiede tutte queste caratteristiche è sicuramente Johnny Depp, diventata negli anni una vera e proprio spalla per il regista. Il sodalizio artistico tra i due ha inizio nel 1990 con Edward mani di forbice. Burton era appena reduce dal successo di Batman, con i formidabili Michael Keaton e Jack Nicholson. La realizzazione fu molto dura a causa dei contrasti con la Warner Bros, ma la trasposizione del celebre fumetto gli permise di ritagliarsi un posto tra i grandi di Hollywood. Stanco degli scontri e delle ingerenze da parte dei produttori, Burton decide di fondare una propria casa di produzione, la Burton Productions, realizzando così Edward mani di forbici in piena libertà creativa. Questo ha permesso al regista di creare un piccolo gioiello entrato nella storia del cinema: il personaggio di Johnny Depp è diventato subito iconico, un simbolo della stravaganza assoluta e della solitudine. Edward è l’uomo che più di tutti incarna gli ideali, i sentimenti e le ossessioni della mente burtoniana. Dopo questa importantissima pellicola Burton ha realizzato con Depp altri altrettanto celebri film: Ed Wood (1994), Il Mistero di Sleepy Hollow (1999), La fabbrica di cioccolato, Sweeney Todd, Alice in Wonderland (2010), Dark Shadows (2012). In molti di questi film fa anche la sua comparsa Helena Bonham Carter, compagna del regista dal 2001 al 2014.

Menzione d’onore va fatta per Big Fish (2003), probabilmente la pellicola più riuscita di Tim Burton. Film del 2002, narra le vicende di Edward Bloom, interpretato da Ewan McGregor. È un film che si scosta leggermente dai canoni burtoniani ma allo stesso tempo è il più autobiografico. Le note di colore maggiormente diffuse qua e là non sottraggono alla storia quella malinconia nata da un complicato rapporto tra padre e figlio e dalla dialettica vita e morte (uno dei temi più cari a Burton, come è possibile vedere ne La sposa cadavere). È una storia dolce, popolata di personaggi bizzarri, una storia al confine tra realtà e immaginazione.

Ed oggi? Oggi Tim Burton è un artista che ha perso molto dell’inventiva e dell’energia iniziale. Le sue storie hanno “perso colore”, e sembra paradossale dirlo a proposito di un regista che predilige i toni grigi e cupi. Sembra tutto un continuo rifacimento di sé stesso, una continua citazione che non porta a nulla di nuovo. Colpa forse anche di Johnny Depp, che ormai sembra intrappolato in un ruolo fisso, quello del pazzo lunatico. Sembrano entrambi essere fermi a metà tra gli anni ’80 e ’90, ma ciò che propongono non ha di nulla di quell’effetto nostalgia tanto cara oggi agli spettatori. La sposa cadavere è stato forse l’ultimo progetto interessante di Burton, al quale sono susseguiti una serie di prodotti al limite della mediocrità. Fatta eccezione per Big Eyes (2014), non c’è nulla di nuovo ed interessante nel suo cinema.

Restano, comunque, le belle storie che ci hanno incantato da piccoli e, soprattutto, il messaggio che Burton vuole trasmettere.

Per me i mostri, le creature un po’ bizzarre, sono i personaggi più vicini alla realtà, e sono sempre quelli che suscitano più emozioni.

Carmen Palma per MIfacciodiCultura

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