Una poesia come epitaffio sulla tomba di Edgar Lee Masters, il poeta di Spoon River

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La tomba di Edgar Lee Masters (Garnett, 23 agosto 1868 – Melrose, 5 marzo 1950), il poeta che si è guadagnato la fama eterna attraverso gli immaginari epitaffi incisi sulle tombe degli abitanti di Spoon River, si trova nel cimitero di Petersburg, chiamato Oakland o Oak Hills.

Edgar Lee Masters

Oak Hills è lo stesso cimitero a cui il poeta si è ispirato per scrivere 53 dei 244 epitaffi, quelli che costituiscono il nucleo fondamentale dell’opera, anche se la forma collinare, ricordata nel proemio La collina, e la scelta del titolo derivano dal cimitero di Lewistown, cittadina bagnata dal fiume Spoon.

Nel 1962 Fernanda Pivano si recò negli Stati Uniti a Petersburg e Lewistown per vedere di persona i luoghi che avevano ispirato Masters e forse visitò anche la tomba che custodisce il poeta.

Sulla tomba di Edgar Lee Masters, che fece degli epitaffi la sua poesia, c’è una poesia diventata epitaffio. Non so se quei versi vennero scelti dall’autore, poco prima di morire povero e dimenticato il 5 marzo 1950, o se furono scelti da qualcun altro tra i tanti che scrisse in vita, ma idealmente era essenziale che ci fosse una poesia sulla sua lapide.

I versi sono tratti dal testo To-morrow is My Birthday, contenuto nell’opera Toward the Gulf (1918), e recitano:

Good friends, let’s to the fields…
After a little walk and by your pardon,
I think I’ll sleep, there is no sweeter thing.
Nor fate more blessed than to sleep.

I am a dream out of a blessed sleep –
Let’s walk, and hear the lark.

Edgar Lee Masters

Se Edgar Lee Masters fosse a sua volta uno dei personaggi contenuti nell’Antologia di Spoon River, ai suoi visitatori chiederebbe quindi solo un lungo e meritato riposo, secondo la millenaria metafora che associa la morte al sonno. Non vi sarebbe nessuna rivelazione, nessun rimpianto, nessuna accusa, come invece accade in molti dei suoi epitaffi.

Ma se così fosse, non sarebbe comunque il primo poeta a riposare in quel cimitero, perché all’interno dell’antologia l’autore aveva già scritto gli epitaffi di altri personaggi che come lui avevano dedicato la loro vita alla poesia.

C’è Minerva Jones, poetessa schernita per il suo aspetto, che venne stuprata e non si riprese più. Morì col rimpianto di non aver mai pubblicato i suoi versi e urla dal marmo freddo della sua lapide: «Ero tanto assetata d’amore! / Ero tanto affamata di vita!».

C’è Theodore il poeta a cui Masters si rivolge, che da ragazzo mentre osservava un gambero si chiedeva «che cosa sapeva, che cosa desiderava, e perché mai vivesse», ma una volta cresciuto guardando gli uomini e le donne si pone ancora le stesse domande.

Ma più tardi guardasti uomini e donne
nascosti nelle tane del fato fra grandi città,
osservando le loro anime uscire,
in modo da poter vedere
come vivevano, e per che cosa.

C’è Jack il cieco, anche lui poeta e cantastorie, morto sotto le ruote di un carro, che racconta:

C’è qui un cieco dalla fronte
grande e bianca come una nuvola.
E tutti noi suonatori, dal più grande al più umile,
scrittori di musica e narratori di storie,
sediamo ai suoi piedi,
e lo ascoltiamo cantare della caduta di Troia.

Ci sono poi i versi che Edgar Lee Masters fa canticchiare a Petit, il poeta, che, «mentre Omero e Walt Whitman ruggivano nei pini», si chiede: «che cos’è l’amore se non una rosa che muore?».

Lewistown

Se attraverso un processo metaletterario si considerassero queste poesie-epitaffio che Edgar Lee Masters, poeta, scrisse idealmente sulle lapidi di altri piccoli poeti, come ipotetici versi pronunciati e incisi anche sulla tomba dell’autore stesso, sarebbe possibile creare per lui un epitaffio simbolico contenente un messaggio ben più grande del semplice eterno riposo. Quindi Edgar Lee Masters forse non volle commettere l’errore di Minerva Jones e decise di pubblicare i suoi versi a qualunque costo perché meritavano di essere letti, e quasi sicuramente, proprio come lei, anche lui era assetato e affamato di vita e di amore.

Come Theodore invece si interrogò sul significato e sulla natura degli esseri umani, arrivando a rappresentarla con i suoi vizi, le sue virtù e tutte le sue contraddizioni nell’antologia regalandoci uno spaccato immortale della commedia umana. Per fare questo anche Masters, come Petit, si sentì insignificante di fronte al ruggito di Omero, primo poeta della storia, e Walt Whitman, punto di arrivo più alto nella poesia americana di quegli anni, mentre scrive i suoi umili versi. Eppure sarebbe bello immaginarlo come Jack, ai piedi di Omero, mentre ascolta della caduta di Troia, perché quello è il luogo di coloro che come Edgar Lee Masters hanno saputo elevare il quotidiano dell’umano all’eternità del divino attraverso la poesia, attraverso la bellezza scarna di una lapide incisa come messaggio per quelli che verranno.

Jennifer Carretta per MIfacciodiCultura

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