Ray Bradbury, il più fine e lirico poeta della fantascienza (e non solo) mondiale

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«Posso lavorare ovunque. Ho scritto quando ero piccolo con i miei genitori e mio fratello in una piccola casa a Los Angeles. Ho lavorato sulla mia macchina da scrivere in salotto, con la radio accesa e i miei genitori e mio fratello che parlavano contemporaneamente. Mentre scrivevo Fahrenheit 451 sono andato a Ucla e lì ho trovato uno scantinato con una macchina da scrivere a tempo, 10 cent ogni mezz’ora». Scriveva ovunque, il vecchio Ray. Senza un’ora precisa, senza determinate abitudini. Non serviva un luogo, non aveva dei rituali, non c’erano giornate in cui scrivere era obbligatorio, così come non ce n’erano altre in cui la scrittura era vietata. Raymond Douglas Bradbury (Waukegan, 22 agosto 1920 – Los Angeles, 5 giugno 2012), ma noto semplicemente come Ray Bradbury scrisse per settantuno dei suoi novantuno anni di vita. Ha immaginato mondi lontani e imbarazzanti realtà terribilmente plausibili.

Ray BradburySe dovessimo trovare la peculiarità di Bradbury, l’innovazione innestata alla letteratura, potremmo dire, senza paura di smentita, che, con le sue parole, portò poesia alla fantascienza. Non a caso, alla sua morte, il Presidente degli Stati Uniti Barak Obama ebbe a dire: «Ci ha insegnato il grande valore dell’immaginazione». E considerando l’aforisma, forse apocrifo, di Einstein che disse che l’«intelligenza ti porta da A a B, ma l’immaginazione ti porta ovunque», scusate se è poco.

Cronache marziane, Il popolo dell’autunno, Paese d’Ottobre, Domani a mezzanotte sono solo alcuni dei titoli più celebri. Ha anche sfumature horror, Bradbury, nella sua opera: ma quelle le lasciamo scoprire al lettore non ancora adepto, perché giungono del tutto inaspettate quando si abbia fatto una conoscenza di base con l’afflato lirico di questo signore della scrittura. E quando Bradbury usa delle figure infantili come protagonisti, allora lo stupore è ancora maggiore, perché forse non arriva al livello di pessimismo antropologico di William Golding e del Signore delle Mosche, ma a tratti poco ci manca (Stephen King deve qualcosa a Ray Bradbury? Chissà, noi crediamo di sì). D’altronde, anche il cantore dell’infanzia Roald Dahl aveva in sé delle nuance noir; e se Ray Bradbury mostra un lato oscuro dell’infanzia, demoniaco quasi, è perché è vasto e contiene moltitudini. «È una bella cosa riscoprire la meraviglia. L’astronautica ci ha fatto tornare tutti bambini». Ecco, il tocco in più della visione letteraria di Bradbury è la meraviglia. Imprescindibile. Come i romanzi di Bradbury

Ray Bradbury, senza dubbio una persona fuori dagli schemi

Come Cronache Marziane: che è tra i primi e più grandi tentativi di dare una sistematicità sociale alla visione fantascientifica: assieme a Isaac Asimov, che della fantascienza vide il lato storico-politico col ciclo della Fondazione, e naturalmente a Philip K. Dick che ne rappresenta il verso esistenziale-psicanalitico, Bradbury con Cronache Marziane dà una nuova nobiltà al genere, mostrandone, attraverso non solo una fervida immaginazione, ma addirittura una totale immedesimazione, il lato sociale e antropologico della colonizzazione marziana. Toccando, tutt’altro che en passant, il tema dell’immigrazione, dello sradicamento, dell’empatia.

Poi, ovviamente, c’è il capolavoro in valore assoluto. Il Grande Classico, versione distopia. Fahrenheit 451 potrebbe, per molti versi, essere leggero come una fiaba ed a tratti ha la lievità sognante di

molte altre opere di Bradbury, ma evoca immagini troppo reali di divise, di uomini non pensanti, di roghi di cultura legati a fatti realmente accaduti in tutti gli -ismi della nostra triste storia. Anche il finale ha tratti onirici, che François Truffaut nel 1966 traspose sul grande schermo in maniera ineccepibile: Montag infatti incontra un gruppo di dropout come lui, che impara a memoria quanti più libri possibile e che costituisce di fatto l’unica speranza per il patrimonio letterario dell’umanità. Sulla città però esplode un ordigno nucleare: Montag, idealmente ridiventato un vero pompiere, si dirige coi libri umani verso di essa per prestare.

E se leggere fosse proibito…

La meraviglia, la trasmissione della cultura e, al di là della tendenza a mostrare le cose per quello che sono, un’incrollabile fiducia fanno sì che non si possa amare Raymond, se solo lo si conosce. Basta pensare al finale del terrificante Fahrenheit 451. Ma Bradbury credeva che, anche quando realizziamo non i nostri sogni ma i nostri incubi, e quando viviamo in una disopia senza accorgercene, «Continuiamo ad essere imperfetti, pericolosi e terribili, e anche meravigliosi e fantastici. Ma stiamo imparando a cambiare».

Possiamo solo essergli grati, e sperare che avesse ragione.

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

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