“Le prime fragole” e “Senza immagini”: come Pusterla parla della guerra

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Nella raccolta poetica Le terre emerse di Fabio Pusterla, edizione Einaudi, Le prime fragoleSenza immagini formano un dittico che vuole parlare della guerra solo sfiorandola, da distante, come qualcosa che appartiene solo all’immaginazione e che in alcuni momenti di epifania arriva a insinuarsi nella mente del poeta.

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla è nato a Mendrisio, in Svizzera, il 3 maggio 1957, ed è considerato dalla critica letteraria l’erede di quella poetica iniziata da Eugenio Montale e proseguita con Vittorio Sereni. Dunque, tutti coloro che urlano alla morte della poesia dovrebbero leggere le opere di questo poeta che continua a portare avanti un modo di fare lirica che ha radici profonde e lontane.

Nei suoi testi non evita i fatti contemporanei ed è così che nella poesia entra la cronaca, quella fatta di notizie alla radio che restano impresse. La radio è infatti l’oggetto che lega questo dittico, il mezzo attraverso il quale il poeta ha modo di affrontare il tema della guerra.

Le prime fragole

Strisci nell’erba bianca di margherite.
Sei vestito di rosso, hai una cuffia rossa in testa,
e nella mano destra un pelacarote che infilzi
nel terreno ancora molle di marzo, sempre avanzando
lentamente nel folto del prato. Sdraiato
sull’erba, con le margherite negli occhi. Sto scalando
l’Everest, mi dici. E anche le guance sono rosse di gioia.

Strisciavi ieri nel tuo Everest di margherite
e io ti guardo oggi nel ricordo e intanto ascolto la radio
in attesa di notizie terribili, e tu continui a strisciare felice
e la radio dice della bambina schiacciata da un panzer a Gaza
tu prepari una pozione con piume d’uccello per imparare a volare
io ti preparo le prime fragole rosse dell’anno e mi chiedo se gli occhi
dell’uomo che guidava il panzer avranno capito.

Guernica, Pablo Picasso

In Le prime fragole c’è una violenta contrapposizione tra l’immagine di due bambini: il primo è il figlio di Pusterla, che lui ricorda mentre gioca nel prato e immagina di scalare una montagna o di creare una pozione magica per imparare a volare.

L’elemento del gioco infantile, in cui la fantasia domina sulla realtà, è violentemente in contrasto con quella notizia che l’io lirico ha sentito alla radio e riguarda la sorte ben diversa di una seconda bambina, quella che è stata schiacciata da un carrarmato nella striscia di Gaza, nel territorio palestinese.

Il colore di quelle prime fragole, che sa di zucchero e primavera, e che ricorre nei vestiti del bambino e sulle sue guance, improvvisamente diventa il macabro colore del sangue di una bambina morta schiacchiata da un panzer.

Ma la maestria lirica, che eleva il testo ad un livello eccezionale, consiste nella reticenza degli ultimi due versi in cui il poeta si chiede se colui che ha ucciso una bambina in un modo così atroce si sia reso conto della sua azione.

Senza immagini

Avendo da anni deciso felicemente
di rinunciare alla televisione non vedremo
la danza delle bombe su Bagdad su Bassora sui resti
di quello che un tempo fu il centro del mondo.
Non vedremo le facce gravi dei potenti
le smorfie eroiche degli inviati speciali
le scene raccapriccianti di macelli e di fuoco. No, grazie,
rinunceremo allo spettacolo. Alla festa.
Davanti alla radio, in silenzio,
potremo guardare nel vuoto, immaginare
quel che si può immaginare, troppo poco.

Senza immagini
tutto sarà più chiaro, più tremendo.

In Senza immagini ancora una volta torna la radio come mezzo per conoscere quello che succede nel mondo. L’io lirico lo ritiene migliore della televisione, a cui ha deciso di rinunciare da tempo, e di tutte quelle immagini patetiche che inondano la nostra vista quotidianamente. Alla fine bastano le parole, quelle ascoltate da una voce alla radio o quelle magari semplicemente lette.

Le terre emerse, Fabio Pusterla, Einaudi, 2009

Serve silenzio di fronte a certe sconfitte dell’umanità, serve la capacità di ascoltare, capire e vedere nella mente qualcosa che una volta ripulito da tutte le finalità mediatiche acquisti una forma più vera, più terribile.

Questi due testi di Fabio Pusterla, contenuti in Folla sommersa, raccolta lirica che risale al 2004, oggi hanno purtroppo ancora molto da dire di fronte alle migliaia di bambini schiacciati ancora dalle guerre, morti sotto i bombardamenti, che il web e la televisione ci propongono in continuazione.

E qui l’opinione si divide tra chi sostiene che sia giusto sapere e mostrare, che ci sia bisogno di immagini perché la popolazione mondiale capisca veramente che cosa sta succedendo, per l’ennesima volta. Ma la popolazione mondiale capisce benissimo, i potenti del mondo capiscono benissimo e non si fermano in nome di una qualche necessità superiore.

E c’è chi invece vorrebbe non vedere e preferirebbe solo ascoltare perché forse possiede la capacità immaginativa di Pusterla, che dalla voce di una radio riesce a osservare la guerra con una lucidità estrema e a restituircela attraverso il malinconico filtro della poesia.

Jennifer Carretta per MIfacciodiCultura

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