Palmiro Togliatti, politico controverso eppure padre della patria

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Quando si parla di Palmiro Togliatti spesso ci si dimentica che è stato un vero e proprio padre della patria, fondatore della Repubblica Italiana. Addirittura, forse il più determinante nell’avvento delle Repubblica così come la conosciamo oggi, perché furono le sue decisioni, la sua intelligenza politica e il suo pragmatismo che evitarono, a fine guerra, una guerra civile.

Palmiro Togliatti nasce a Genova il 26 marzo del 1893, da una famiglia piccolo borghese: a causa del lavoro del padre – contabile dei convitti nazionali del Regno – la famiglia è costretta a spostarsi continuamente, ma Togliatti riesce lo stesso a frequentare il liceo classico con il massimo dei voti e in seguito alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino. Gli anni passati a Torino sono anni cruciali per la storia d’Italia, gli ultimi dell’era giolittiana, caratterizzati da tentativi di trasformare l’Italia in una potenza coloniale e da eccessi di nazionalismo che porteranno l’Italia ad entrare in guerra nel 1914. Togliatti non verrà contagiato da questo nazionalismo esasperato, anzi le sue inclinazioni politiche, influenzate dall’amicizia con Antonio Gramsci – suo compagno all’Università di Torino – e dalla realtà sociale torinese, volgono verso il socialismo marxista. Questo lo spinge nel 1914 ad iscriversi al Partito socialista, e allo scoppio della Prima guerra mondiale si arruola prima nella Croce Rossa, poi nel 2° Reggimento Alpini, per congedarsi poi come caporal maggiore alla sanità.

Gli anni successivi alla guerra sono tutti dedicati alla vita politica: Togliatti scrive prima per l’Avanti!, poi fonda con Gramsci, Tasca e Terracini, tutti giovani compagni di partito, la rivista Ordine Nuovo, per dare una voce a quella parte del Partito socialista che, dopo la Rivoluzione russa del 1919, voleva scuotersi di dosso l’inerzia dei vecchi dirigenti e lavorare sodo in vista di una – prevista e sperata – rivoluzione italiana. Sono gli anni del biennio rosso, all’insegna di conflitti sindacali, occupazioni delle fabbriche e serrate, e Ordine Nuovo testimonia e si fa portavoce e sostenitore entusiasta di queste lotte operaie, in netto contrasto con le posizioni assunte dal Partito socialista. Proprio questo spinge Togliatti e gli altri ordinovisti a procedere con la scissione dal Partito socialista e a creare il Partito comunista d’Italia, in occasione del XVII Congresso socialista a Livorno, nel 1921.

Palmiro Togliatti, politico controverso eppure padre della patria

Il clima in Italia è rovente e Togliatti si trova a Roma come redattore capo de Il Comunista – è in quegli anni che viene coniato il suo soprannome, Ercole, trasformato poi nel nome di battaglia Ercole Ercoli durante la lunga lotta contro il fascismo – quando nell’ottobre del 1922 avviene la marcia su Roma. Il giornale viene soppresso immediatamente, così come Ordine Nuovo, e Togliatti ritorna nel capoluogo piemontese, dove però la situazione precipita nel dicembre dello stesso anno. Gli squadristi devastano la sede di Ordine Nuovo e la Camera del Lavoro di Torino, uccidendo 22 persone e sconvolgendo l’intera città con una strage che rimarrà impunita. Man mano che il regime fascista va consolidandosi, la sopravvivenza del Partito è sempre più messa in discussione: Togliatti viene arrestato – e poi rilasciato –  nel 1923 a Milano con l’accusa di complottare contro la sicurezza dello Stato.  Con l’approvazione della legge Acerbo, si convince che il fascismo voglia «disperdere gli aggregati proletari, impedire una loro unificazione su qualsiasi terreno e provocare invece una unificazione attorno a sé dei gruppi politici borghesi».

La situazione precipita definitivamente nel 1926, quando Togliatti si trova a Mosca come capo della delegazione italiana all’Internazionale comunista: Gramsci viene arrestato, e Togliatti comincia un esilio che durerà diciotto anni. Negli anni passati fuori dall’Italia il dirigente del Partito comunista italiano – eletto nel 1927 – è attivo in Svizzera, in Francia, in Unione Sovietica, in Spagna, dove partecipa alla guerra civile come rappresentante dell’Internazionale. Rientra in Italia solamente il 27 marzo del 1944, dopo lo sbarco degli Alleati e l’Armistizio di Cassibile. Il suo apporto alla causa della Resistenza è fin dal principio fondamentale: con quella che è passata alla storia come “la svolta di Salerno” il PCI antepone la lotta antifascista alla deposizione della Monarchia, mettendo in secondo piano la questione istituzionale, permettendo quell’unità di partiti ed intenti che sfociarono nella formazione del CLN e l’entrata del PCI nel governo Badoglio.

Le ore undici del quattordici luglio

dalla Camera usciva Togliatti

quattro colpi gli furon sparati

da uno studente vile e senza cuor

Così viene descritto il tentativo di assassinio ai suoi danni da una canzone immediatamente successiva di Marino Piazza: è il 14 luglio 1948, e Antonio Pallante, un giovane studente anti comunista, spara a Togliatti quattro colpi di pistola all’uscita di Montecitorio. È il caos: i militanti comunisti in tutta Italia insorgono, e manifestazioni violente causano morti in varie città.

Togliatti aveva ben chiaro, all’indomani della risoluzione della Seconda guerra mondiale che il paese poteva essere sull’orlo della guerra civile. Il Partito comunista, che negli anni della Resistenza ne era stato il più grande promotore – i partigiani comunisti non furono mai meno della metà del totale dei combattenti – era divenuto il più grande partito comunista europeo e politicamente parlando il più importante del mondo occidentale, e molti attivisti non avevano abbandonato il sogno di una rivoluzione proletaria. Fu Togliatti, con il suo ordine lanciato da un letto d’ospedale di «stare calmi» e «non fare pazzie», che evitò all’Italia la fine della Grecia, dove una guerra civile durata tre anni tra i comunisti e il governo monarchico provocò migliaia di morti. Capendo l’impossibilità  per l’Italia di entrare a far parte del blocco sovietico, a maggior ragione dopo gli accordi di Jalta e la massiccia presenza delle truppe statunitensi sul territorio italiano, decise di lottare per la democrazia e per l’affermazione della Repubblica, in un processo di pacificazione e riconciliazione nazionale che consistette in provvedimenti molto contestati e ambigui come l’amnistia di Togliatti” del 1946, quando era Ministro della Giustizia, che portò alla cancellazione di quasi tutti i reati commessi fino al 18 giugno di quell’anno.

Anche dopo l’esclusione dei comunisti dal governo nel 1947, Togliatti rimase un punto fermo della politica italiana e internazionale per tutta la sua vita: uomo con un grandissimo senso dello Stato, della Repubblica e della democrazia, fermo nel credere che «questo non è un Parlamento borghese che i deputati proletari devono combattere. Questo è un Parlamento conquistato con il sangue di tutti, in primo luogo da noi; le distinzioni non valgono».

Muore il 21 agosto del 1964 a Jalta, colpito da un ictus durante un comizio. Enzo Biagi commentò la sua morte dalla pagine dell’Europeo così:

Muore ad Artek, in una dolce, rarefatta aria cecoviana, e la morte lo raggiunge sotto un bosco di betulle, mentre sta facendo un discorsetto in lingua russa ai pionieri del campo.

Un figura senz’altro controversa, con luci e ombre, eppure limpida nella sua determinazione nel costruire la Repubblica italiana così come oggi la conosciamo.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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