Friedrich Schelling: tra idealismo estetico e mancate risposte

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Moriva, il 20 agosto 1854, uno dei pensatori capostipite di quella corrente così affascinante quanto controversa che va sotto il nome di idealismo: pienamente calato nell’atmosfera magica e straziante al contempo del romanticismo tedesco dell’Ottocento, Friedrich Schelling (Leonberg, 27 gennaio 1775 – Ragaz, 20 agosto 1854) va pensato sia in continuità con la grande filosofia che lo precede, specialmente col kantismo e con la produzione fichteiana, sia come momento spartiacque sia come motore di innovazioni a loro volta considerate come presupposti speculativi dai successori. In tale prospettiva dialettico-progressiva della filosofia è difficile non vedere nel lavoro del pensatore tedesco la funzione di primo sostrato per uno dei più maestosi sistemi filosofici della storia del pensiero, ovvero quello hegeliano.

Un tratto davvero caratteristico della filosofia di Schelling, a parere di chi scrive tutto da rivedere e tener nuovamente presente in sede di ricerche sull’antirazionalismo ottocentesco post-hegeliano, è l’attenzione impiegata dall’autore nel mostrare la precarietà intima di ogni equilibrio: metafora di questa quiete eterna ed infinita è, all’interno del sistema schellinghiano, l’Assoluto, o infinito attuale. Esso è il punto di mira della filosofia dello spirito, in altre parole, della natura che si fa coscienza, e spirito, appunto: questa funzione umana ha una duplice tendenza operativa che lo porta a palesarsi al mondo esterno secondo un’attività reale e un’attività ideale. Mentre la prima corrisponde all’intuizione sensibile inconscia, la seconda fa capo all’intuizione razionale conscia (autocoscienza) e corrisponde in termini fattivi alle scienze e alla filosofia. Dunque, lo spirito ha due possibilità di conoscere l’Assoluto: tuttavia, il colpo di scena non si fa attendere e presto si mostra come nessuno dei due modi sia minimamente adatto a mettersi in cammino verso una tale verità. Perché? Questo vuol dire che l’uomo non ha possibilità di conoscere l’Assoluto in nessun caso? Se così fosse il baratro sarebbe facilmente aperto: in una battuta possiamo complicare lo scenario affermando che lo spirito reale e quello ideale non possono stringere l’Assoluto perché quest’ultimo è fatto delle componenti di entrambi.

Friedrich Schelling: tra idealismo estetico e mancate risposte

La filosofia non avvicina l’infinito attuale perché essa è razionale, conscia, mentre l’Assoluto è punto di concordanza degli opposti, terreno di unione dei contrari: è facile mostrare come cercare di comprendere una cosa bi-costituita a partire da una sola natura sia un’operazione auto-contraddittoria e in certo senso logicamente frustrante. L’Assoluto è equilibrio perfetto di inconscio e coscienza, oggettività e soggettività e così né la sensibilità né la razionalità sono adatte ad accoglierlo. Qual è dunque il destino gnoseologico-esistenziale dell’uomo schellinghiano?

Esiste una terza via alle due prospettate? La risposta è affermativa e ha un nome: idealismo estetico.

È la soluzione (aspettiamoci sempre il colpo di scena e abbandoniamo ogni certezza troppo “certa”) a questo problema a rappresentare il punto più rivoluzionario del pensiero del filosofo tedesco: laddove Fichte aveva parlato di idealismo etico e dove Hegel parlerà di idealismo tout court, Schelling pone una variante per cogliere il massimo grado della realtà che esce dalla filosofia per appellarsi ad una dimensione altra e quasi inaspettata: l’arte. È in virtù di questo richiamo forte che l’idealismo schellinghiano viene definito “estetico”: ma in cosa consiste? Del resto abbiamo lasciato, qualche capoverso più in alto, un uomo scisso tra due nature, impotente davanti a ciò che di più potente esiste, l’Assoluto. La proposta filosofica di Schelling è molto “semplice”: la mente umana può avvicinare la conoscenza dell’infinito attuale soltanto costruendo opere d’arte o fruendo di esse. Cos’ha l’arte che la filosofia non ha? La visione estetica ha il potere di mescolare col giusto equilibrio le due componenti, l’artista compie l’opera coscientemente, e ne sono prove i progetti iniziali, la scelta dei materiali e delle tecniche, ma è al tempo stesso animato da una spinta inconscia che si impossessa della sua mano: se mancasse questo abbandono ad una forza irrazionale non ci troveremmo più di fronte ad una vera opera d’arte ma ad un semplice prodotto tecnico. Le opere d’arte rappresentano l’Assoluto perché sono da un lato limitate, finite, ma dall’altro, in quanto simboli, hanno la potenza dell’infinito attuale.

Un altro problema si pone: qual è l’elemento oggettivo che fa dire di un qualcosa che è arte o meno? Anche a questo quesito Schelling propone una risposta: il discrimine tra opera d’arte e altro sta nel bello, che altro non è se non fusione di oggetto e soggetto, inconscio e coscienza, natura e spirito. Ma basta davvero cogliere l’arte per stringere nel pugno l’Assoluto? Non ci pare questa una semplificazione quasi anti-filosofica? Come mettevamo in guardia poche righe più in alto, il colpo di scena è dietro l’angolo e, come sempre accade in filosofia, stretta una certezza è già tempo di abbandonarla in favore di un dubbio maggiore di quello appena risolto: l’infinito attuale, ravvisabile per l’uomo nell’opera d’arte, in pieno stile romantico, è tale solo in senso simbolico, ma mai in senso realmente effettivo. Si può, forse con qualche ragione, pensare l’opera d’arte come una sorta di copia sbiadita dell’Assoluto. Schelling lascia l’amaro in bocca all’uomo? Lo illude di poter cogliere tra mille difficoltà un agognato sogno per poi sottrarglielo non appena esso se ne è profondamente convinto? Preferiamo pensare che il filosofo, nel suo rendersi antipatico, nasconda quella onestà caratteristicamente insita in tanta filosofia seria: Schelling apre uno spiraglio, un cammino, e nel fatto che non garantisca mai davvero l’arrivo ha però stimolato l’incedere dei passi, e in filosofia fare della strada vuol dire fare domande, e queste sono più che sufficienti, o no?

Questa è la santità di tutte le cose. La più piccola è santa come la più grande sia per l’infinità interna sia per il fatto che non potrebbe essere negata, secondo il suo eterno fondamento ed essere nel tutto, senza che lo stesso infinito tutto fosse negato,

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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