“Lolita”: scandalo e stupore firmato Vladimir Nabokov

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Vladimir Nabokov: il russo che stupì l'America con la sua "Lolita"Vladimir Vladimirovič Nabokov è stato uno dei più influenti scrittori del secolo scorso. La sua vita ha come filo rosso l’elemento del viaggio, che lo portò dall’Europa Orientale all’Occidente americano. Nasce a San Pietroburgo il 23 aprile del 1899, ma a seguito della rivoluzione del 1917 la famiglia Nabokov si trasferisce in Crimea. Da lì viaggerà in Europa, arrivando a Londra, Berlino e infine Parigi. Proprio qui troverà la morte, arrivata a Montreux il 2 luglio del 1977: ma prima di allora passerà un lungo periodo (il più importante a livello letterario) negli Stati Uniti, dove vi si trasferisce nel 1940. Parla e insegna russo in America, ma l’inglese è la lingua sulla cui base modella il romanzo che lo consegnerà alla storia, dei suoi tempi e non solo. Il suo capolavoro è Lolita, la cui pubblicazione si presentò particolarmente travagliata a causa dei temi scabrosi affrontati nel romanzo, prima di tutto considerando l’anno di pubblicazione: il 1955. Il libro verrà prima pubblicato in Francia e si diffonderà in Europa, mentre negli Stati Uniti verrà pubblicato il 18 agosto del 1958.

Lo stupore (e il successo) fu inevitabile.

Il romanzo si incentra sulla figura di Humbert Humbert, professore di francese trentasettenne accompagnato da una vita amorosa a dir poco tormentata: la morte del primo amore adolescenziale (Annabel Leigh, nome che richiama la Annabel Lee di Edgar Allan Poe), un matrimonio fallito, la fuga in Inghilterra e una nuova unione con Charlotte Haze sono il retroterra su cui si innesta il rapporto con Dolores Haze. È la figlia della moglie Charlotte, morta tragicamente investita nella confusione e l’angoscia dei sentimenti del marito Humbert per la piccola Dolores. Ed è qui che il tema più scabroso del libro si presenta: l’amore morboso provato da un uomo maturo per una dodicenne sessualmente precoce e spregiudicata.

Vladimir Nabokov: il russo che stupì l'America con la sua "Lolita"
James Neville Mason e Suellyn Lyon nei panni di Humbert e Lolita nel film di Kubrick del 1962

Humbert ha un atteggiamento possessivo nei confronti di Dolores, chiamata altrimenti Lo, Lolita o Dolly proprio a richiamare la figura di una bambola in possesso dell’uomo. Nomi utilizzati da Humbert per qualificare le varie sfaccettature di Lolita, le sue varie vesti che assume nei vari ambiti sociali. Uno stratagemma che rende più sopportabile un amore considerato e, a ben ragione, considerabile come immorale: come se la Lolita delle camere di motel sia un’altra persona rispetto alla Dolores che accompagna a scuola. Una ragazzina che agli occhi del professore (infatti il romanzo è raccontato in prima persona dal suo punto di vista) ha concorso alla creazione di quella relazione malata, seducendolo con i suoi comportamenti. Tutti elementi che tratteggiano la figura di un uomo continuamente in fuga: dai demoni del passato (la morte dell’adolescente Annabel che lo ha spinto alla passione per le ninfette) e dalle sue responsabilità, che inevitabilmente non scompaiono, bensì ritornano. Dolly cerca di liberarsi e fugge con l’amato Clare Quilty: regista adulto che non sembra avere intenzioni e perversioni diverse dal narratore e che cercherà di introdurre la giovane al mondo della pornografia. Da allora Humbert si ritrova versare nella depressione a causa dell’ennesimo fallimento amoroso (senza prima aver cercato morbosamente di ritrovarla). A sua volta Lolita è vittima di quella precocità sessuale, intravista da Humbert, che la porterà ad una fine tragica: la morte a seguito del parto di un bambino, a sua volta nato già morto, avuto a 17 anni da un certo Richard, ignaro del passato della compagna. I due protagonisti agli antipodi sono dunque legati da un sentimento immaturo, precoce e insano, che li travolgerà senza via di scampo.

Vladimir Nabokov: il russo che stupì l'America con la sua "Lolita"L’indagine nei confronti delle pulsioni nascoste e delle frustrazioni personali sono al centro dell’opera, ed è un carattere tipico degli scrittori russi. Ma Nabokov, da originario di altro paese, ha la capacità di mostrarle anche in quell’America del Secondo Dopoguerra, dove il mito del successo era al massimo della sua affermazione. Il coraggio di ricordare a quella parte del mondo in quel momento che le difficoltà degli uomini sono sempre presenti è il valore aggiunto di un’opera che oggi non farebbe troppo scalpore. Solo l’intelligenza di un’intellettuale come Nabokov poteva osare e dimostrare tanto, e facendolo attraverso una narrazione che non presenta descrizioni oscene o altri elementi affini. Il linguaggio a tratti comico (come nella scena dello scontro tra Humber e Quilty che porterà alla morte del secondo) contrasta con la gravità dei temi affrontati, come se l’autore avesse voluto lasciarci in bocca un gusto dolciastro nonostante l’amarezza di una narrazione che solo il dolore umano può suscitare.

Le fortunate trasposizioni cinematografiche (Lolita di Stanley Kubrick del 1962 e Lolita di Adrian Lyne del 1997) sono solo la conferma dell’importanza assunta da Nabokov nel panorama letterario del Novecento. Un uomo che è riuscito in un’ardua impresa: narrare dell’interiorità di altri uomini.

Pierfrancesco De Felice per MIfacciodiCultura

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