Woodstock, alle porte dell’Eden nell’estate del 1969

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Alle porte dell’Eden – Un biglietto d’entrata nella memoria costa solo 13 dollari. La porta si trova nei pressi della cittadina di Bethel, un’ora di macchina a nord di New York. Se capitate da quelle parti sarete attratti da cartelli con una scritta che dopo quarant’anni manda ancora inaspettati bagliori elettrici: Woodstock.

epic-11 (1)Questo è l’incipit del libro di Ernesto Assante e Gino Castaldo – giornalisti, critici musicali e speaker radiofonici – dal titolo Il tempo di Woodstock (edito da Laterza).

L’assaggio dell’atmosfera è, appunto, una sorta di Eden, una sorta di paradiso. Anche se a noi sembra molto difficile immaginare e adattarci a un ambiente come quello rivoluzionario degli anni Sessanta americani, in verità quell’evento destinato a segnare la Storia culturale chiamato Woodstock non era altro che pane per i propri denti per tutti coloro che vi parteciparono e assistettero. Il rock, il blues, il soul come paradiso. La musica come strumento per vivere un’estasi e un’esperienza assoluta e vitale.

Sebbene il motto sesso, droga e rock’n roll calzi più che a pennello in quest’occasione, il festival di Woodstock non è stato solo questo. Molto e molto ancora. Semplicemente ha rappresentato l’epilogo della cosiddetta controcultura degli anni Sessanta, di tutto il periodo in cui la generazione del ’68, come si suol dire, è stata la vera protagonista della società, a fronte di tutte le ingiustizie accadute. I giovani hippy, i giovani figli dei fiori sono coloro che non hanno avuto paura di sognare, che non hanno esitato a lasciarsi coinvolgere dal potere sovversivo, energico ed esplosivo della musica, e del divertimento. In tutto ciò, logicamente, non si può purtroppo escludere il lato distruttivo di droghe, sostanze stupefacenti e alcol che hanno rovinato, se non portato via, determinate spiccanti personalità del mondo della musica e dello spettacolo vissute in quegli anni.

Joan Baez
Joan Baez

Quattro scapestrati di nome John Roberts, Joel Rosenman, Artie Kornfeld, Michael Lang crearono la Woodstock Ventures, con l’idea di organizzare un festival di musica rock nell’area di Bethel, dal momento in cui attorno a essa girovagavano vari musicisti e cantanti che certamente a Woodstock non sarebbero mancati. Janis Joplin è solo uno dei molteplici esempi. Come tutte le manifestazioni che creano scompiglio generale, si disse che anche Woodstock, fino a pochissimo tempo prima della messa in atto, non s’aveva da fare. Questo perché l’organizzazione sia del luogo sia del cast prescelto si rivelò molto più complicata del previsto.

Ma ecco che finalmente la data famigerata arriva. È il 14 agosto 1969. La vigilia. È il tempo del “vedremo quello che accade man mano“, come riportò la stampa locale. È il 15 agosto, la prima giornata, a cui ne seguiranno altre tre. La tabella di marcia con gli orari, la scaletta, le questioni logistiche dimentichiamole. La parola chiave di Woodstock, infatti, inevitabilmente fu improvvisazione.

Il primissimo artista che si esibì sul palco non fece altro che improvvisare. Richie Havens esaurì tutto il suo repertorio e stregò la platea con molte cover, delle quali il messaggio principale era uno soltanto, l’unico che potesse portare in delirio le già migliaia di persone arrivate a Bethel: freedom. A concludere magicamente la prima giornata di festa fu Joan Baez. Il suo non fu un banale concerto, ma una riscossa e un punto di riferimento per tutti gli spettatori che rimasero incantati a sentirla cantare. Al tempo del concerto l’artista era incinta di sei mesi, suo marito era in prigione perché si era rifiutato di arruolarsi in Vietnam, e lei proveniva da un ricco passato fatto di manifestazioni, di lotte a favore dei diritti civili e umani, di rivolte studentesche. Insomma, Joan Beaz era il simbolo umano e sociale di tutto quello che implicitamente ed esplicitamente Woodstock voleva essere. La sua fu una lunga performance pulita, pura, raccolta, intensa, folk e rispettosa, eppure parlare di trionfo fu poco. Basti pensare alle 400 mila persone che cantarono in We shall overcome, l’inno pacifista per eccellenza. La quiete prima della tempesta. Perché fu con una più che disastrosa pioggia torrenziale che finì la prima giornata di esibizioni, e ciò provocò gravi danni dal punto di vista medico e igienico-sanitario.

Janis Joplin
Janis Joplin

Janis Joplin salì sul palco verso la fine della seconda giornata, dopo dieci ore di attesa nel backstage. Erano le due di notte, era pesantemente alterata a causa del consumo di alcol e droghe nel mentre, viveva da tempo una crisi personale e artistica che non faceva altro che far oscillare la sua personalità. Eppure Janis è la regina del blues. È lei che con tutta la sua anima, insieme alla Kozmic Blues Band, mandò in delirio la platea di Woodstock. È lei a rendere intrisa di bellezza, sconvolgimento, rabbia, malinconia, sentimentalismo e sofferenza Summertime o altri brani quali Piece of my heart, Ball and Chain e Try. Probabilmente sarà questo il ricordo che il pubblico americano avrà per sempre di lei. Perché a poco più di un anno di distanza, il 4 ottobre 1970, Janis Joplin sarebbe morta a soli ventisette anni.

Enumerare tutti i gruppi che parteciparono al festival è pressoché impossibile. Ma della terza e ultima giornata non si possono non citare due nomi. Joe Cocker e Jimi Hendrix. Il primo salì sul palco con una sicurezza che cresceva soltanto con l’aumentare delle canzoni. E la sicurezza veniva dal pubblico. Un pubblico intangibile per la vastità eppure vivo, incredibilmente potente, che cantava coi cuori all’unisono. I suoni degli strumenti diventano inni, le parole cantate urla di libertà e di rivendicazione di se stessi. Assante e Castaldo scrivono che Jimi Hendrix “era l’orizzonte ancora da scoprire, era il futuro, il mistero elettrico, l’immaginazione al potere. Un’utopia dell’arte, ma vissuta alla testa di un enorme esercito di seguaci”. Così Hendrix incarna alla perfezione lo spirito folle e più che mai affascinante degli anni ’60. Si fece motore di un’ebbrezza collettiva incredibile, inseguendo l’irraggiungibile e l’ignoto con la sua chitarra elettrica, divenuta come parte integrante del suo corpo e del suo animo.

Jimi Hendrix
Jimi Hendrix

Giunti alla fine, non si può non decretare il successo di Woodstock, nonostante gli infiniti disastri sociali, economici e politici che si susseguirono dopo la sua conclusione. Infatti, ciò che conta tutt’ora ricordando un evento del genere è l’energia che da esso si è ricavata, l’importanza che da esso deduciamo.

Woodstock è stato troppo. Non si può condensare in poche pagine. Ma la verità finale rimarrà sempre e solo una: è stato l’apice, il punto più alto della rivoluzione sessantottina, è stato il luogo dove la musica ha trionfato su tutto, il luogo simbolo dell’estate dell’amore, è stato il fulcro di mille altri fenomeni e oggetti culturali che abbiamo intorno ancora oggi. E in ultimo, se non vogliamo giudicare per forza che, appunto, la sua musica, quella musica fosse esclusivamente migliore della nostra, allora quello che è certo è che essa fu diversa, inconfondibile, incredibilmente vera e incredibilmente attuale.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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