Perché visitare… Gubbio: la città in cui si diventa matti

0 406

Lungi da noi dare la qualifica di matti agli amici eugubini (così si chiamano gli abitanti di Gubbio): la sola ragione del titolo sta nel fatto che qualora capitaste nel piccolo centro umbro potreste acquisire l’ambitissima “patente da matti“. Come? Nessuna fila allo sportello e nessun modulo da compilare: basterà correre tre volte intorno alla cinquecentesca “fontana dei matti” (o Fontana del Bargello) e vi verrà consegnata la prestigiosa patente.

Il Palazzo dei Consoli

Un “matto” certamente passato alla storia è San Francesco d’Assisi, il quale infatti usava definirsi “novellus pazzus”, ossia “giovane pazzo“. E come poteva un “pazzo” come lui non andare in visita a Gubbio? Nonostante fosse originario della vicina Assisi, infatti, Francesco si rifugiò per un certo periodo sotto il tetto della famiglia eugubina degli Spadalonga. Perciò ogni anno, sulle orme del Santo (che qui pare abbia incontrato e ammansito il lupo), migliaia di pellegrini intraprendono quello che è diventato ormai celebre come “il cammino di Assisi“.

Com’è noto, ben prima di essere gli abitanti dell’omonima regione italiana, gli Umbri sono stati un antico e florido popolo che occupava i territori dell’Italia centrale allora confinanti con le terre abitate dai vicini Etruschi. Oggi, della loro ricchissima Lingua – l’Umbro – non è rimasta quasi alcuna traccia, eccezion fatta per le celebri Tavole eugubine: «Il più importante testo rituale di tutta l’antichità classica», le ha definite Giacomo Devoto, il più grande esperto di Linguistica italica del secolo scorso. Si tratta di sette tavole in bronzo incise a caratteri umbri (e latini), rinvenute nel Quattrocento ed oggi conservate presso il museo civico del Palazzo dei Consoli.

La fierezza di questo palazzo è incomparabile. Il suo aspetto altero e teso è quello dell’uccello da preda che sta per volare.

Alcuni turisti corrono intorno alla Fontana del Bargello per acquisire la patente da matti

Il celebre poeta francese André Suarès (1868-1948) non aveva dubbi a riguardo, e nel suo Voyage du Condottière omaggiò il Palazzo dei Consoli con simili parole. Appollaiato come un’aquila reale, il palazzo gotico domina dall’alto di Piazza Grande, dominando buona parte della città medievale. Costruito in pieno Medioevo (fra il 1332 e il 1349), fu in realtà il primo edificio “moderno”, per così dire: per la prima volta nella storia, infatti, venne sperimentato su un palazzo pubblico l’impianto ad acqua corrente. Dopo aver svolto il suo ruolo burocratico-amministrativo per il “libero comune” di Gubbio,e passato in seguito sotto il ducato di Urbino dei Montefeltro e infine prestando servizio (dal 1504) per i Della Rovere, il Palazzo ospita dal 1901 il Museo civico della città, nel quale com’è stato già ricordato è custodita la “Carta fondamentale” del popolo Umbro, ossia le Tavole eugubine.

Squilla sonora, altissima campana
che batti qual sospesa infra due mondi,

ai cieli alzando, prossima e lontana,
un’armonia di vasti echi profondi.

È il poeta (e minatore) di origine perugina Efrem Bartoletti (1889-1961) ad aver dedicato questi pochi ma limpidi versi al celebre Campanone settecentesco, l’autentica “voce di Gubbio” che padroneggia «l’agile torre» campanaria del Palazzo consolare.

Salendo poi per le vie ritorte, troverete l’altro palazzo-simbolo della cittadina, il Palazzo Ducale: costruito verso la fine del Quattrocento per volontà di Federico da Montefeltro, duca della vicina e potente Urbino, il Palazzo si impone sul resto della città medievale con il suo luminoso e distaccato stile rinascimentale. Vera gemma del Palazzo sarebbe stato lo studiolo (simile a quello di Urbino) che il duca fece fabbricare per il figlio Guidobaldo, il quale era solito soggiornare a Gubbio insieme alla moglie Elisabetta Gonzaga. Purtroppo, nel 1939, si pensò bene di vendere lo studiolo al Metropolitan Museum di New York, per cui oggi non è possibile contemplare l’originale.

Tuttavia, dopo decenni di abbandono, nel 2009 la piccola stanza intarsiata è stata integralmente e fedelmente ricostruita dalla bottega Minelli di Gubbio, la quale ha restituito agli eugubini (e a tutti noi) uno dei suoi maggiori capolavori: il fatto che sia una copia, peraltro, data l’altissima qualità raggiunta dagli artigiani, non ne riduce affatto il valore, e contribuisce anzi ad esaltare l’attuale vivacità artistica della cittadina.

Questi gli edifici civili; quanto a quelli religiosi, segnaliamo ovviamente il Duomo, la chiesa di San Francesco in Piazza dei 40 Martiri (piazza nella quale sono soliti fermare i pullman), la Chiesa di Santa Maria della Vittoria (presso la quale dovette avvenire l’incontro fra San Francesco e il lupo). Infine, degna di nota è la Basilica di Sant’Ubaldo, nella quale si conservano i celebri Ceri di Gubbio: il 15 maggio di ogni anno, infatti, per festeggiare il Santo patrono della città, si svolge la Festa dei Ceri, inaugurata e scandita dal già citato Campanone. Così ne scriveva Bartoletti:

E nel giorno fatidico dei Ceri,
in cui suonare a stormo ognun t’ascolta,
ridesterai di Gubbio i tuoi guerrieri?

Tre Ceri (simbolo della Regione Umbria), dunque, vengono issati su alcune pesanti portantine in legno e portati a spalla da tre diverse squadre di “ceraioli“, per essere fatti sfilare di corsa fra le strette e scoscese vie cittadine: una staffetta senza vincitori riunisce ed entusiasma, ogni anno, qualche migliaio di persone. Sempre in onore del Santo patrono, l’ultima domenica di maggio si svolge il folkloristico Palio della Balestra.

Palio della Balestra

Veniamo però ai prossimi appuntamenti: nel mese di settembre viene infatti organizzato il “Sentiero di Francesco“, un pellegrinaggio di 3 giorni (40 chilometri) durante il quale è possibile rivivere il cammino compiuto da San Francesco nell’inverno fra il 1206 e il 1207. Dal 26 al 30 settembre, inoltre, una fra le città più gotiche d’Italia non poteva non ospitare il “Festival del Medioevo“, un’iniziativa culturale nella quale convivono divulgazione storica, intrattenimento e spettacolo dal vivo. Nel periodo natalizio, infine, il monte Ingino si illumina grazie ad alcune centinaia di lampade colorate (800, per la precisione) disseminate sulle sue pendici in modo da comporre e accendere l’albero di Natale più grande del mondo.

Un ultimo consiglio: non portatevi il pranzo al sacco. Vi perdereste infatti la “crescia al panaro“, una squisita focaccia salata da gustare con i celebri affettati locali e il caratteristico “friccò” di agnello, coniglio, anatra o pollo.

Siete pronti, dunque, per prendere anche voi la patente da matti e “impazzire” così di bellezza e di sapori?

Fabio Gusella per MIfacciodiCultura 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.