Johann Friedrich Herbart: anti-idealista per eccellenza

0 732

Ci sono quei filosofi che, quando li studi (probabilmente obbligato) o li leggi (se non sei obbligato, complimenti per il coraggio), ti rendi conto che sono dei geni assoluti: il problema è che non capisci, spesso, cosa vogliano esattamente comunicarti. Johann Friedrich Herbart  (Oldenburg, 4 maggio 1776 – Gottinga, 14 agosto 1841) è stato, per me, sicuramente uno di questi: era facile rendersi conto della sua enorme capacità intellettiva visto che, nella grande Germania idealista dell’Ottocento, lui si erse a anti-idealista con tutti i crismi. E, come spesso capita a questi grandi rivoluzionari del pensiero, aveva studiato l’idealismo – soprattutto Fichte – praticamente dalla culla.

Johann Friedrich Herbart: anti-idealista per eccellenza
Hegel

Vi racconto un piccolo aneddoto, giusto per coprirmi di ridicolo da sola: quando diedi il mio –non dei più brillanti- esame di storia della filosofia contemporanea, fra i testi da studiare vi era appunto Metafisica Generale del 1828, che nemmeno ci fecero leggere tutta per evitare di cadere nell’oblio del mondo della matematica che molti, fra noi studentelli umanistici, odiano un po’. Insomma, ero sicura di aver capito tutto e, posta la domanda, risposi tranquillamente: raramente sono stata così sicura di quello che stavo dicendo. Ebbene, l’assistente del professore mi guardò e mi disse, candidamente e con il sorriso: «Beh, sì, diciamo che questa potrebbe essere una nuova interpretazione un po’ stravagante sul pensiero di Herbart». Tradotto nel linguaggio non diplomatico: “non hai capito una mazza, secondo me nemmeno hai studiato, penso proporrò la tua bocciatura e la tua espulsione dal mondo accademico”.

Il povero filosofo tedesco, ammettiamolo, non è tra i più studiati: solo ultimamente è tornato un po’ in auge, anche se mi rendo conto che la maggior parte della bibliografia è curata proprio dal chiarissimo professore con cui diedi l’esame io. Chapeau.

Herbart se la prende con i grandi pilastri della filosofia idealista tedesca: Fichte e il suo concetto di Io ed Hegel e la sua dialettica (considerata a sua volta una delle più grandi innovazioni in campo filosofico). Si richiama spesso a Kant, difendendolo anche dalle critiche non tenerissime di Hegel, ma se da un lato rifiuta l’idealismo, dall’altro anche la filosofia critica kantiana non è il suo obiettivo.

Niente più grandi sistemi, che dopo Kant erano stati la base della filosofia. Anche se, nel suo libro di qui sopra, si dice kantiano: ma in modo un po’ provocatorio, proprio per schierarsi contro i grandi idealisti. Ringrazia, potremmo dire, il grande Immanuel per aver messo in chiaro che, alla fine, per noi le cose del mondo per come sono davvero sono inconoscibili per come sono in sè: ma ridimensiona totalmente la figura dell’intelletto e della ragione che, invece, in Kant sono praticamente ciò che rende l’uomo così meraviglioso. Con le sue pecche eh, ma rimane l’unico in grado di pensare per davvero, potremmo dire.

La conoscenza non è poi così soggettivistica, anzi. Non è grazie al soggetto che tramite spazio e tempo e altre categorie a priori (già date a noi, innate, potremmo dire) riunisce i dati del mondo per avere la conoscenza dell’oggetto: le caratteristiche, alla fine, sono già in ciò che è e a noi si dà. Insomma, l’Io serve a ben poco, è il mondo che già ci dà tutto ciò di cui necessitiamo.

Johann Friedrich Herbart: anti-idealista per eccellenza
Fichte

La conoscenza che ci propone questo filosofo è, appunto, metafisica: cosa vuol dire metafisica? Questo termine deriva da Aristotele e, banalmente, indicherebbe i libri dopo la fisica nella sua grande ed enorme bibliografia, in base alla sistematizzazione di Andronico da Rodi. Per significato traslato diventa quella disciplina che cerca di spiegare come riusciamo a capire le cose del mondo oltre al semplice dato fisico: insomma, è una conoscenza più qualitativa e comprensiva, che cerca di spiegarci perché vediamo le cose in questo modo e come le capiamo al di là del fenomeno. C’è chi ritiene che tutto sia nella nostra testa (puntano ad un soggettivismo sempre più totalizzante) o nelle cose stesse. Per Herbart, sicuramente, il nostro ragionamento ha molta meno importanza nel processo conoscitivo rispetto agli idealisti. C’è una struttura metafisica dell’esperienza che ci permette, insomma, di capire le cose una volta che le traduciamo nel linguaggio, partendo però dalle loro intrinseche qualità fenomeniche.

Herbart, anche se la gente non ci crederebbe, ci ha dato anche grandi spunti per la nascita della psicologia successiva, soprattutto per la psicologia del popoli e per la psicologia scientifica, senza parlare della pedagogia con il suo Pedagogia generale dedotta dal fine dell’educazione (1806).

Vi posso assicurare che, di questo filosofo non conosciuto dai non addetti ai lavori, c’è molto in molte filosofie, e non solo.

Come sempre accadde, non essendo facile alla lettura come il povero Nietzsche, che ormai è diventato davvero il filosofo delle masse, rimarrà a fare la polvere per gli scaffali ancora per molto tempo.

L’anima è originariamente una tabula rasa nel senso più assoluto, senza alcuna traccia di vita o di rappresentazione: di conseguenza, non vi sono in essa né idee primitive, né predisposizioni a formarle. Tutte le idee, senza eccezione, sono prodotto del tempo e dell’esperienza.

J. F. Herbart, da Psicologia come Scienza

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.