Selfie-mania al museo: uno scatto per la celebrità

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È una moda, ma ormai non possiamo più farne a meno: il selfie, lo scatto fotografico con cui si ritrae se stessi, è diventato una necessità. Tra le location predilette della nuova generazione di “selfisti” ci sono musei, gallerie, palazzi storici e tutti quei luoghi che testimoniano la loro presenza in una determinata città o ad un particolare evento. Chiunque abbia una fotocamera digitale, uno smartphone, un tablet o una webcam, potrà far parte di quel popolo che, per vivere pienamente le sue esperienze, avrà bisogno di pubblicarle sui social network.

Se un tempo girare per le città d’arte era un’esperienza da condividere con i propri amici e familiari, sfogliando l’album di foto a ritorno dalle vacanze, oggi tramite i nostri scatti online, tutti possono sapere in tempo reale cosa facciamo e dove ci troviamo. I tempi sono sicuramente cambiati e i musei si sono adeguati alle nuove esigenze dei visitatori: sono scomparsi i cartelli con su scritto «Vietato scattare fotografie, con o senza flash» e sono state introdotte nuove libertà che permettono ai visitatori non solo di scattare foto, ma anche, in alcuni casi, di interagire con le opere. Un grande passo avanti per la diffusione del patrimonio artistico e della fruizione dell’arte, ma forse quest’abitudine di prendere in mano i nostri cellulari ogniqualvolta che si è di fronte ad un’opera d’arte, non ci consente di godere fino in fondo della sua bellezza.

L’obiettivo della fotocamera rischia di sostituire i nostri occhi? Ed i filtri che migliorano il nostro aspetto, alterando i colori reali dell’opera, non rimandano ad una visione falsata dell’opera stessa? Siamo ancora convinti che andare al museo sia un piacere che ritagliamo per noi stessi?

Se fino a qualche anno fa contemplare un’opera e osservarne i particolari era il vero senso che spingeva il visitatore a trascorrere il proprio tempo nelle sale dei musei, oggi l’urgenza di ricercare il miglior scatto, l’inquadratura giusta e l’espressione del viso più divertente, lo distolgono dal capolavoro che ha davanti. Selfisti solitari o in gruppo possono diventare presenze pericolose se, aggirandosi tra gli spazi museali, non rispettano le regole da seguire e si abbandonano a comportamenti incivili, come testimoniano i tanti danni provocati ad opere d’arte vittime di selfisti seriali-compulsivi. È il caso avvenuto, nel maggio del 2016, alla  statua di Re Sebastiano I (1554-1578), posta all’esterno della stazione di Rossio a Lisbona, irrimediabilmente distrutta da un ragazzo di 24 anni che, per farsi un selfie, si è letteralmente arrampicato facendola cadere e mandandola in frantumi. Stessa sorte è toccata alla Statua dei due Ercole che si trova sotto la loggia dei Militi dal 1962 a Cremona: per un autoscatto, due giovani l’hanno scalata fino ad arrivare alla corona,  che si è inevitabilmente spezzata.
Altro, e purtroppo non ultimo episodio, è accaduto a Los Angeles, dove una donna per farsi un selfie ha perso l’equilibrio facendo cadere, per un imprevedibile effetto domino, dieci opere dell’artista britannico Simon Birched.

Inutile spiegarne il perché, ma a minacciare l’incolumità delle opere d’arte contribuiscono notevolmente anche le aste per selfie che spesso vengono branditi come armi, rischiando di colpire, rompere, graffiare lavori di inestimabile valore.

Bisogna ammettere che tutti noi almeno una volta nella vita ci siamo scattati un selfie davanti una tela o una statua e lo abbiamo postato su Instagram o Facebook senza un vero perché; l’importante è non scambiare i nostri occhi con quelli della fotocamera!

È come se fotografandosi, i ragazzi cercassero l’identità che non possiedono, e la trovassero più attraverso la loro rete che attraverso i loro occhi.

Umberto Galimberti

Marta Previti per MIfacciodiCultura

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