Somewhere over the rainbow: “Il mago di Oz”

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Somewhere, over the rainbow, way up high / There’s a land that I heard of once in a lullaby / Somewhere, over the rainbow, skies are blue/ And the dreams that you dare to dream really do come true.

Il mago di Oz
Il mago di Oz

12 agosto 1939: nelle sale cinematografiche statunitensi esce il film Il mago di Oz e si sentono per la prima volta le parole di questa canzone. S’intitola Somewhere Over the Rainbow ed è cantata da Judy Garland, per la musica di Harold Arlen e il testo di E.Y. Harburg. Meritatamente, il brano sarà premiato con il Premio Oscar per la Miglior Canzone, insieme al Premio Oscar per la Miglior Colonna Sonora.

Judy Garland, il cui vero nome è Frances Ethel Gumm, classe 1922, in verità non è stata lanciata da questo film, dal momento in cui aveva alle spalle già una carriera da attrice cinematografica e teatrale affermata, recitando appunto sin da bambina. Inoltre, dalla sua parte contò parecchio, nella scelta del cast, il fatto che sapesse cantare piuttosto bene come contralto. Sua rivale per la parte di protagonista era stata Shirley Temple. In generale, in tutta la sua carriera artistica, la Garland recitò in ben quaranta pellicole, vinse un Oscar giovanile a soli diciotto anni e ottennne altre due nomination da adulta. Nella vita privata non fu così fortunata, dati i divorzi e gli abusi di psicofarmaci. L’American Film Institute l’ha inserita all’ottavo posto tra le più grandi star della storia del cinema, perché certamente ne è stata una delle protagoniste, una delle dive dello star system hollywoodiano del secolo scorso.

Ma torniamo al film: esso è tratto dal romanzo per ragazzi di Frank Baum Il meraviglioso mago di Oz, edito nel 1900 e diciannove anni fa inserito nell’Elenco delle memorie del mondo dell’UNESCO. 

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Il mago di Oz

La tipica wilderness americana, quasi come ce la descrivono i grandi poeti dell’Ottocento, si riflette in questo libro, infatti, Dorothy Gale, la protagonista, vive in una fattoria del Kansas, completamente sperduta nella campagna e non gode di molta compagnia se non quella degli zii e di tre contadini della zona. Si sente una ragazzina brillante, ha bisogno di evadere da quell’ambiente ristretto e retrogrado, dove non si fa altro che occuparsi dei campi e degli animali. Per giunta, una vicina odiosa di nome Almira Gulch ce l’ha a morte con la famiglia di Dorothy e la minaccia di uccidere il loro cagnolino Totò per il fastidio che arreca al suo gatto nonché di agire per vie legali. Questa è la ragione per cui Judy Garland canta dolcemente e con aria sognante Somewhere over the rainbow, poiché nutre nel cuore la speranza di vivere in un mondo migliore, di conquistare la meritata felicità insieme al suo animale domestico.

Come in tutti i film d’autore come si deve, dopo un incipit che presenta la situazione ordinaria c’è sempre bisogno di un evento scatenante che rimetta in discussione la vicenda. Questo evento si chiama Mago di Oz, inizialmente presentato come professor Meraviglia, ed è accompagnato da un tornado che costringe Dorothy a tornare a casa dalla sua fuga, convinta dal mago misterioso che ha incontrato.

«Totò, ho l’impressione che non siamo più nel Kansas» è la battuta cinematografica che segna il vero cambiamento nella vita della protagonista. Dopo un principio di svenimento e l’abbattimento di parte della sua casa a causa del tornado, la ragazza si accorge che intorno a lei tutto è cambiato. Il mondo nel quale ora si trova è colorato e idilliaco, le mucche e le galline volano, la signora Gulch sulla sua bicicletta si trasforma in una strega, ovvero la strega crudele dell’Est, rivale della controparte buona del Nord che aiuta e soccorre Dorothy e Totò, ringraziandoli di aver scacciato quella cattiva per il bene degli abitanti del paese. Purtroppo i guai non sono finiti, perché la strega dell’Ovest è la sorella di colei che è stata uccisa, e desidera vendetta. Ecco perché Dorothy cerca rifugio nel mago di Oz.

Il mago di Oz
Il mago di Oz

Le sue avventure continuano, anche in compagnia dello spaventapasseri, dell’uomo di latta e del leone che conosce durante il percorso. Il primo è un personaggio che non possiede un cervello e lo vuole richiedere al mago, dal momento in cui pronuncia soltanto frasi sconnesse, il secondo è un uomo in carne e ossa che si è arrugginito tanto da diventare di latta, il terzo, invece, è un leone fifone che inizialmente aveva cercato di attaccare gli altri personaggi. Finalmente giunti nella città di smeraldo, i compagni sono costretti a superare una serie di difficoltà per volontà della strega cattiva e si disperano perché il mago non è in grado di aiutarli. Col tempo scoprono la verità: dovranno aiutarsi da soli, in base alla propria astuzia e alle proprie capacità, perché il mago non è veramente tale, bensì un uomo semplice che si è perduto nelle fantasie del regno incantato. Infatti, la reale scoperta dei protagonisti è quella di credere in se stessi, perché alla fine lo spaventapasseri non è così stupido come pensava, il leone non è così timoroso da non muovere una zampa, l’uomo di latta non è così insensibile come il suo corpo pare mostrare. Dorothy infine, grazie alle scarpette magiche che la buona Glinda le dona, riesce a tornare nel Kansas, la sua terra originaria che ora guarda in modo nuovo e più sereno, accorgendosi che «nessun posto ora è più bello di casa sua». Ma c’è di più: oltre i suoi zii Emma e Henry, i tre contadini Zeke, Hictory e Hunk sono riconosciuti come i suoi tre compagni di viaggio.

Viaggio, quello di Dorothy, che ha dovuto affrontare con grande prova di coraggio, capendo che la magia esiste solo quando essa diviene un mezzo per conoscere e credere in se stessi. Così allora, la magia sarà esistita almeno per un po’, lasciando come un segno indelebile quell’arcobaleno nel cielo e una ninna nanna sussurrata nelle orecchie. Ninna nanna di cui, anche una volta finito il sogno sul meraviglioso mondo di Oz, continuerà a sentire l’eco. Infatti, questa è una profonda differenza che nel libro di Baum non è presente: nel libro tutta la vicenda di Dorothy e del mago è vera, mentre nel film permane la finzione.

Insomma, questo film del ’39 è uno di quei classici che meritano ancora di essere ammirati, anche solo per l’immaginazione che ci lascia nel poter vedere anche noi un magia, da qualche parte, al di là dell’arcobaleno.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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