“Amici miei”: la tragicommedia della vita nel cult di Mario Monicelli

0 704

Il 10 agosto del 1975 usciva nelle sale italiane uno dei capisaldi del cinema nostrano: stiamo parlando di Amici miei, film diretto da Mario Monicelli.

Il soggetto fu ideato precedentemente dal regista Pietro Germi, il quale dovette abbandonarlo a causa della malattia che lo condusse alla morte nel 1974. Il film parte da un’idea molto semplice: cinque amici, inseparabili amici d’infanzia sulla cinquantina, partono con l’intento di trascorrere una giornata completamente dedicata alle loro “zingarate”. Loro sono il decaduto conte Raffaello Mascetti, l’architetto Rambaldo Melandri, il redattore Giorgio Perozzi, il gestore del bar Guido Necchi e il dottor Alfeo Sassaroli. Questi non sono semplici personaggi: sono diventati con il passare del tempo delle maschere, ruoli iconici le cui gag sono diventate ricorrenti nella commedia italiana. Ecco perché ci troviamo di fronte a un pilastro della nostra cultura: un po’ come fu per il primo Fantozzi, certi gesti e certe parole sono entrati anche nel nostro gergo quotidiano, come la famosa supercazzola.

Amici miei: la tragicommedia della vita nel cult di Mario Monicelli

Per molti critici, non a caso, Amici miei segna un punto decisivo per la commedia all’italiana, un punto d’arrivo e certamente un nuovo inizio. È una commedia che non rinuncia al connubio di gioia e dolore, con quella malinconia che resta sempre celata tra gli scorrazzamenti dei protagonisti. È una pellicola profondamente legata all’ambiente sociale e culturale degli anni Settanta, con il loro perenne senso di insoddisfazione dilagante tra la borghesia e la società per bene. Appartiene, dunque, a quella scuola di pensiero che Pasolini approfondì nei suoi film e nella sua letteratura, sviscerando la tematica in maniera certamente meno divertente.

Un cult che deve tanto soprattutto alle interpretazioni magistrali degli attori. Di particolare rilievo fu Ugo Tognazzi nei panni del conte Raffaello Mascetti: il conte decaduto è il simbolo di una parte di storia italiana ormai tramontata, pronta a cedere il passo all’uomo borghese, un uomo che ha dimenticato i riti e la platealità della nobiltà, ma che pensa invece alla concretezza della vita. Non a caso i toni dei dialoghi si lasciano spesso andare, a tratti divenendo molto forti secondo gli standard degli anni Settanta. In realtà, in un primo momento era stato scelto Marcello Mastroianni per il ruolo del conte Mascetti, ma l’attore rifiutò poiché si sentiva inadeguato nelle interpretazioni corali.

Monicelli fece alcuni cambiamenti nella sceneggiatura: il film doveva inizialmente essere ambientato a Bologna, poi finì per essere girato tra i colli toscani. Nessuno degli attori era toscano, ma fu una scelta molto azzeccata. Fu proprio Amici miei ad aprire la strada a molti attori toscani, tra cui Roberto Benigni. All’improvviso, la comicità toscana si identificò come vero e proprio genere, questo grazie all’immenso successo di pubblico della pellicola, che ancora oggi continua a fare il boom di ascolti quando trasmessa sulle reti televisive. Nonostante ci sia stato questo passaggio del testimone tra Germi e Monicelli, i due condividevano la stessa visione tragicomica della vita, perciò quella di Monicelli era una sensibilità completamente affine a quella della sceneggiatura a lui proposta. Il film gli valse il David di Donatello per la miglior regia nel 1976.

La voce fuori campo di Giorgio Perozzi recita nel film:

Che cosa è il genio? Fantasia, intuizione, precisione e velocità di esecuzione!

Amici miei è esattamente questo e altro. È trasgressione, è divertimento, ma è anche malinconia, ineluttabilità del destino che si traduce nella serie rocambolesca di eventi, è una riflessione cinica e al tempo stesso ironica. In parole povere: un capolavoro.

Carmen Palma per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.