10 agosto 1944: il sangue di 15 partigiani scorre a piazzale Loreto

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«Coraggio e fede sempre… ai miei adorati…»: le lettere sbiadite su quel foglio di carta, le ultime parole di Libero Temolo, 38 anni, operaio, partigiano. Ammucchiati accanto a lui, anch’essi trivellati di colpi, Gian Antonio Bravin, commerciante, Giulio Casiraghi, tecnico, Renzo del Riccio, operaio, Andrea Esposito, operaio, Domenico Fiorani, perito industriale, Umberto Fogagnolo, ingegnere, Tullio Galimberti, impiegato, Vittorio Gasparini, commercialista, Emidio Mastrodomenico, agente di polizia, Angelo Poletti, operaio, Salvatore Principato, insegnante, Andrea Ragni, commesso viaggiatore, Eraldo Soncini, operaio, Vitale Vertemati, meccanico. Nomi, uomini, partigiani, detenuti nel carcere di San Vittore, da dove la mattina del 10 agosto 1944 furono prelevati, convinti di partire per i campi di lavoro tedeschi, e portati in piazzale Loreto, a Milano: a semicerchio, furono fucilati da alcuni militi fascisti del gruppo Oberdan, corpo della Repubblica Sociale di Salò, su ordine del comando tedesco.

Il pretesto per la fucilazione sarebbe stata l’esplosione di due ordigni, due giorni prima, contro un camion tedesco parcheggiato in viale Abruzzi, dove però morirono solo passanti milanesi, mentre nessun soldato tedesco fu coinvolto. Inoltre, l’accaduto di viale Abruzzi non fu mai rivendicato dalla Resistenza, ragione in più per credere che la strage di piazzale Loreto altro non sia stata che un deliberato atto di terrorismo, un monito da parte dei fascisti e dei nazisti alla popolazione, nell’illusione di poter ancora controllare il popolo, la città e le speranze di libertà e democrazia, che già da tempo si annidavano tra le fila degli antifascisti, e correvano sempre più veloci.

Theodor Saevecke, dall’Hotel Regina in via Silvio Pellico, sede delle SS, ordinò la fucilazione di quindici antifascisti, compilando di proprio pugno la lista dei condannati a morte.

Non fu solo l’uccisione stessa a sconvolgere la popolazione, ma il fatto che i cadaveri scomposti furono lasciati esposti, come spazzatura, sotto il sole di agosto, per tutta la giornata, coperti di mosche e del proprio stesso sangue, sorvegliati dai militari, che impedirono persino ai parenti di salutare per l’ultima volta i propri cari.

La testimonianza di una giovane donna, Lucia D’Ambrosio, che spinta dalla curiosità, dopo aver sentito gli spari, descrive il macabro scenario:

Non è per il sangue che mi sono sentita male. Credo sia stato perché quei ragazzi erano uno addosso all’altro, buttati lì come stracci.

Non tornarono nemmeno a casa dopo il lavoro, Lucia e la sorella, ma raggiunsero la famiglia, forse per non dover rivedere quei corpi straziati dalla morte, dal caldo, dalle offese dei militari, che obbligavano ogni passante a guardare bene.

Mentre i fucili dei boia sono ancora caldi, i loro sorrisi avvezzi al sangue, il popolo accorre verso i suoi morti: una donna, silenziosa, posa dei fiori sui corpi massacrati, nessuno riesce a fermarla. Comincia così una processione muta, in omaggio a quei quindici, accomunati dalla stessa morte, ma soprattutto, e ancor più fortemente, dal desiderio di liberare la propria patria.

Il sangue di piazzale Loreto lo pagheremo molto caro.

Queste le parole di Benito Mussolini al vice capo della Polizia della Repubblica Sociale. Solo un anno dopo, all’alba del 20 aprile 1945, i cadaveri di Mussolini, della Petacci e di altri gerarchi fascisti furono esposti proprio in piazzale Loreto.

 Jessica Freddi per MifacciodiCultura

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